Attualità

Gli eroi in divisa massacrati dallo Stato

Dalla gloria alla gogna: l’incredibile accanimento giudiziario su poliziotti e carabinieri trattati come narcotrafficanti, condannati e arrestati

Il casco non se lo sono mai slacciato, ma non è per questo che, oggi, ci sarebbe da togliersi il cappello per loro. Disonorati malgrado tutto quello che hanno dato a un Paese che ora li tratta peggio dei delinquenti matricolati che hanno braccato in ogni angolo di questa disgraziata nazione, per settimane, mesi, anni. Tolti alle famiglie e alla vita privata. E alla fine succede anche questo. Che Gilberto Caldarozzi, uno che ha arrestato il boss catanese Nitto Santapaola e l’imprendibile Bernardo Provenzano, finisca ai domiciliari per scontare otto mesi per falso. Quel che resta (non indultato) della condanna definitiva per il processo sui fatti della Diaz (non per le violenze, sia chiaro). Così ha deciso la Corte di Cassazione che ha rigettato la richiesta di affidamento in prova per l'ex direttore dello Sco (Servizio centrale operativo) per il quale la Procura generale di Genova aveva chiesto addirittura la galera. Avete letto bene: galera. Strano Paese, il nostro, se nell'aprile 2012, a Padova, arrivò in prova ai servizi sociali nientemeno che il figlio di Salvatore Riina, Salvuccio jr. Aveva appena finito di scontare nove anni per associazione mafiosa. Per lui, i giudici decisero che sì, era meritevole della misura alternativa alla detenzione. Per Caldarozzi, che di Riina ha catturato il socio, Provenzano, nessuna pietà. E per quel po’ che può servire, l’ipotesi del ritorno in servizio del superpoliziotto - non è stato dichiarato decaduto, ma sospeso dal servizio - prospettata dall’avvocato Marco Corini non fa che rendere ancor più allucinante tutta la storia. Tanto da far esplodere il leader del sindacato dei poliziotti Coisp Franco Maccari: «Perché dobbiamo sempre e solo subire? Perché la nostra divisa è solo causa di guai e di ritorsioni, e oggetto di strumentalizzazioni e di beghe politiche? Perché la riprovazione sociale scatta solo di fronte all'errore o all'incidente, neppure volontario, di un appartenente alle forze dell'ordine, e mai di fronte alle porcate che quotidianamente riempiono le cronache? Perché?». Certo, peggio è andata ai 4 poliziotti condannati a tre anni e mezzo per l’omicidio colposo del giovane Federico Aldrovandi: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto. Sono stati condotti in cella per scontare sei mesi. Due poi riusciranno a ottenere i domiciliari in seguito, ma era dal 1975 che un reato di natura colposa era punito con lo stato d'arresto. La sentenza della Suprema Corte, che ha respinto il ricorso di Caldarozzi, ha però messo un punto, si spera definitivo, a una interpretazione ballerina che rischiava di spedire dietro le sbarre i colleghi dell’ex capo dello Sco e tutti quei dirigenti superiori di Ps che sono stati condannati nel procedimento G8. Gli ermellini hanno infatti bocciato la tesi, sostenuta dalla Procura generale di Genova, che negava l'automatismo della legge «svuotacarceri» subordinandone la concessione alla discrezionalità del giudice di sorveglianza sulla base della vicenda processuale e del comportamento del condannato. Per i magistrati di Cassazione, invece, l'applicazione della legge Severino è una «misura deflattiva di carattere automatico conseguente al calcolo della pena residua» e non è «soggetta a delibazioni» delle toghe. Almeno questo: nella peggiore delle ipotesi, scatteranno altri arresti, ma ai domiciliari, se non saranno accettate le richieste di affidamento in prova. È il caso dell'ex numero uno della Direzione centrale anticrimine Francesco Gratteri, altro pezzo da novanta della lotta ai sistemi criminali, dell’ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi (entrambi condannati a 4 anni) e dell'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola (3 anni e otto mesi) solo per citare quelli che, con la sentenza definitiva, sono stati disarcionati da posizioni di vertice della pubblica sicurezza e che ora attendono di conoscere il loro destino. Nei giorni scorsi, si sono discussi, davanti al Tribunale di sorveglianza del capoluogo ligure, i ricorsi di altri sette poliziotti che hanno chiesto di espiare la pena nel sociale. Solo uno di loro, Carlo Di Sarro, ha ottenuto l'ok della Procura generale, che ha respinto invece le richieste di tutti gli altri: Filippo Ferri, Salvatore Gava, Fabio Ciccimarra, Maurizio Panzieri e Nando Dominici. Per Massimo Nucera, l’agente pugnalato quella maledetta notte durante l'irruzione nella scuola Diaz, da un black-bloc, la Procura generale ha addirittura negato gli arresti domiciliari. Lo voleva (e lo vuole ancora) in cella. Nucera è stato condannato nonostante il perito del tribunale avesse ritenuto compatibile il taglio sul corpetto dell’agente con una coltellata, come da lui raccontato. È stato fatto passare per un ballista. Pure lui attende a casa, con le valigie pronte, la citofonata dei carabinieri. E che dire dell'altro ««cattivo» della Diaz, Vincenzo Canterini, storico comandante della Celere di Roma oggi in pensione. Ha iniziato a scontare un mese e mezzo ai domiciliari (dopo il no ai servizi sociali) e ora è a piede libero perché, incredibilmente, l’esecuzione della pena è stata interrotta in attesa della decisione della Cassazione dopo il ricorso della Procura generale che ne pretende, pur se per un giorno, la reclusione in un penitenziario. Su quelle tragiche ore, Canterini ha anche scritto un libro per raccontare la sua verità e, a suo modo, per rendere giustizia ai ragazzi della «macelleria messicana» e alla giovane donna ferita alla testa che incontrò sulle scale insanguinate della Diaz. Nemmeno questo è servito, nemmeno mettere nero su bianco emozioni e sentimenti. Il libro è stato bollato dal procuratore generale come semplice operazione commerciale. Ci sono poi i sette poliziotti della Squadra mobile di Napoli arrestati per le presunte violenze nella caserma «Raniero», durante il Global forum del marzo 2001, tragico prologo di quel che sarebbe accaduto cento giorni dopo a Genova. Non dovevano nemmeno fare servizio d'ordine, quel giorno. Erano sulle tracce del boss Paolo Di Lauro, il capo dei capi del cartello della droga campana. Un tizio, non a caso soprannominato Ciruzzo 'o milionario, che guadagnava la miseria di un miliardo di lire al giorno. Finirono due settimane ai domiciliari. Ritornati in servizio, chiusero l’inchiesta sul clan Di Lauro con 40 arresti. Alla Mobile di Napoli ha prestato servizio anche quello straordinario poliziotto che è Vittorio Pisani e che ora rischia una condanna a 4 anni in un processo nato dalle dichiarazioni del boss pentito Salvatore Lo Russo, suo storico confidente. Pisani, indagato e confinato fuori Napoli da un divieto di dimora, con i professionisti dell’antimafia che gli sparavano addosso, andò ad arrestare Michele Zagaria, l’ultima primula rossa dei Casalesi e se ne ritornò in esilio, a Roma.E Mario Mori, allora? L'ex comandante del Ros tascinato nel processo sulla Trattativa, dopo due assoluzioni per reati che urlano vendetta: aver omesso di perquisire la casa di Riina, da lui appena catturato, e aver coperto la latitanza di Provenzano. Messo alla gogna in libri, reportage, inchieste, fiction e «mascariato» persino da uno che fa Ciancimino di cognome. C’è da aggiungere la condanna d’appello a quattro anni e undici mesi di un altro ex comandante del Ros dei carabinieri, Giampaolo Ganzer, che in primo grado si era visto infliggere una pena a 14 anni per droga. Il colmo. Una sezione lombarda del reparto d’élite dell'Arma accusato di aver inscenato finti sequestri di stupefacenti e maxi-operazioni contro i trafficanti internazionali per il carrierismo dei suoi capi. A legger le carte del processo Ganzer, infatti, a un certo punto il generale sarebbe impazzito e avrebbe infranto le leggi per «carriera, visibilità, prestigio». E quand’anche è stato dimostrato che Ganzer non conosceva determinati episodi gli è stato applicato il principio noto del «non poteva non sapere». Anche laddove non arriva una condanna, basta lo sputtanamento a mezzo stampa a rovinarti la vita e la carriera. Un esempio fra i tanti quello del generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi triturato dal circus mediatico-giudiziario dell'inchiesta napoletana sulla P4 (con valanghe di intercettazioni a uso e consumo dei quotidiani). Adinolfi, predestinato a comandare il corpo, venne trasferito immediatamente. Dopo un paio di anni di calvario, i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione. Uno, nessuno, centomila. Sono tante, troppe, le divise fatte a pezzi dallo Stato.

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