Una doccia fredda. Per i due fucilieri prigionieri in India, per i familiari che li aspettano da quasi due anni e per tutto il Paese. In base alle indiscrezioni raccolte e pubblicate da un giornale, l’«Hindustan Times», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone rischierebbero la condanna a morte. Un’eventualità a suo tempo già esclusa dal ministro degli Esteri di Nuova Delhi e dai nostri governanti, che in questi ventidue mesi hanno perso più volte l’occasione di gestire in modo dignitoso la vicenda. Ma ieri, dopo che la notizia si era diffusa, sia l’«inviato speciale» De Mistura sia la responsabile della Farnesina Bonino hanno assicurato che l’ipotesi della pena capitale non è verosimile. L’articolo, tuttavia, ha creato un «giallo» che certo non contribuisce a rendere serena l’attesa di parenti e amici dei marò. La National investigation agency (Nia), che sta indagando sul caso, ha ipotizzato che Latorre e Girone potrebbero essere giudicati in base a una legge che prevede la pena di morte, scrive l’Hindustan Times. Secondo il giornale la Nia avrebbe inviato un rapporto al ministero degli Interni. Questo dicastero è in polemica con quello degli Esteri, che chiede un trattamento più soft. Pomo della discordia, una norma approvata nel 2002, la «Sua Act», che reprime «gli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima» e stabilisce che se qualcuno causa la morte di una persona sarà punito con la pena capitale. In mezzo, nella «guerra» tra i due ministeri, c’è il destino dei nostri fucilieri. Il rischio, insomma, ci sarebbe. Ma il condizionale è d’obbligo, perché qui in Italia molti giurano che una conclusione di questo genere è estremamente improbabile. «Era un’ipotesi già prospettata durante le indagini svolte in Kerala - ha spiegato l’avvocato dello Stato Carlo Sica - Sarebbe quella di attentato alla navigazione intesa come navigazione in quella zona e non riferita alla singola imbarcazione. Non so se la notizia ha fondamento, ma da un punto di vista oggettivo è una forzatura - aggiunge Sica- Anche se si volessero accusare i due militari di omicidio volontario, che già sarebbe un reato contestabile, non potrebbe essere attentato alla navigazione. E anche in Kerala, dove inizialmente avevano ipotizzato il reato di attentato, avevano poi deciso per l’omicidio volontario». Sica fornisce anche una chiave per interpretare la notizia del Times: «Dopo la testimonianza resa in videoconferenza dei quattro colleghi di Latorre e Girone - afferma il legale - una delle ipotesi è che la Nia abbia concluso le sue indagini e da questo nasce il rapporto. Quindi, avviandosi all’imputazione, quella della Nia è una raccomandazione e non un’ipotesi». Da parte sua, il nostro ministro degli Affari Esteri ha precisato che «la possibilità che» i due possano essere condannati a morte «è stata ufficialmente esclusa». D’altra parte il portavoce del governo indiano Syed Akbarudin aveva ricordato che il caso «non rientra fra quelli punibili con la pena di morte» e ieri ha assicurato che verrà rispettata la posizione assunta da «collega» indiano di Emma Bonino, Salman Kurshid, in Parlamento lo scorso 22 marzo. All’epoca Kurshid aveva detto che la vicenda non rientrava «nella categoria di questioni che prevedono la massima pena». E l’inviato di Palazzo Chigi Staffan De Mistura, appena tornato in Italia dall’India, ha sottolineato che «già in passato abbiamo letto notizie sulla stampa indiana che poi sono risultate soltanto illazioni. Quello che conta per noi - ha ribadito - è la posizione del giudice. Avevo già detto che la Nia poteva essere tentata di alzare il tiro, ma conta la posizione del giudice e delle autorità indiane». L’articolo dell’Hindustan Times ha provocato reazioni dure. I più drastici sono i Fratelli d’Italia. «Finora abbiamo ascoltato tutti gli appelli alla calma che ci sono stati rivolti per non compromettere la vicenda - afferma Ignazio La Russa, presidente del partito - Volevamo presentarli alle elezioni e non lo abbiamo fatto. Abbiamo rinunciato a organizzare manifestazioni eclatanti, ma a questo punto la pazienza sta per finire. O i marò rientrano a casa entro Natale oppure l'Italia deve uscire dalle missioni internazionali. Lo diremo nella mozione parlamentare che ci apprestiamo a presentare e abbiamo chiesto di essere ricevuti dal Presidente della Repubblica, al quale diremo la stessa cosa», conclude l’ex ministro della Difesa. La Lega Nord chiede al governo di riferire urgentemente in Aula sulla situazione. Massimo Bitonci, capogruppo leghista al Senato, osserva: «È stato gravissimo aver fatto rientrare i nostri uomini, fidandosi del Governo indiano. Se Letta ha davvero le palle d'acciaio, lo dimostri andando personalmente in India a riprendersi i nostri due marò». In angosciosa attesa restano i familiari dei due soldati. «Non abbiamo avuto nessuna conferma di queste notizie - dice la moglie di Girone, Vania - Siamo preoccupati, ma abbiamo nel cuore la stessa speranza di sempre: che questa storia finisca nel migliore dei modi, ovvero con il loro ritorno a casa. Con la stessa dignità con la quale mio marito e Massimiliano sono partiti». Una dignità che, finora, almeno due governi tricolore hanno tradito.
I marò rischiano la pena di morte
È giallo sulla sorte dei nostri fucilieri Latorre e Girone, prigionieri in India
