Il rischio c’è ed è concreto. Non si tratta del classico allarmismo post disastro, a parlare chiaro sono i numeri del Ministero dell’Ambiente. Il 98,4% dei comuni laziali (372) hanno almeno un’area in cui è elevata la probabilità che si verifichi un’alluvione o una frana. Le zone in dissesto idraulico o geomorfologico interessano complessivamente oltre 1.300 chilometri quadrati, pari al 7,6% della superficie regionale. Una territorio dove risiedono e operano circa 350.000 persone. Per avere un termine di paragone è un numero di poco inferiore a quello degli abitanti di una città come Firenze. Il pericolo numero uno arriva dalle frane, con 856,6 kmq di aree a rischio (5%), mentre la superficie delle zone alluvionabili è di 452,5 kmq (2,6%). Molte le zone critiche, dall’Agro Pontino alla Valle del Liri, dalla conca di Sora alla Val di Paglia, fino alle zone dove sono più alte le possibilità di esondazione del Tevere e dell’Aniene. La maglia nera spetta a Frosinone con il 15,3% del territorio ad alta criticità idrogeologica, seguita da Latina (8,9%), mentre Viterbo e Rieti si attestano al 5,4% e Roma raggiunge un poco confortante 5,2%. A dare le «pagelle» ai Comuni ci ha pensato il monitoraggio Ecosistema Rischio 2011 di Protezione civile e Legambiente. A 5.900 amministrazioni in aree a rischio alluvione e frane è stato inviato un questionario sugli interventi svolti per migliorare la situazione. Il risultato è una classifica che vede il Lazio non brillare. Sono ben 26 i Comuni della regione che hanno ricevuto una valutazione insufficiente sul lavoro di mitigazione del rischio: Belmonte in Sabina e Aprilia (voto 1), Castel Madama, Isola del Liri, Terracina, Antrodoco, Anguillara Sabazia, Cisterna di Latina e Gallicano nel Lazio (voto 2,5), Ischia di Castro, Castel Gandolfo, Formia, Greccio e Sezze (voto 3). Al di sotto della sufficienza anche i Comuni di Tivoli, Nemi, Montalto di Castro, Valentano, Cerveteri, Tarquinia e Sermoneta. Poco tranquillizzante la situazione nella Capitale, dove i punti a rischio sono numerosi e largamente conosciuti. «Soltanto per il Tevere, il PAI (piano di assesto idrogeologico), redatto dall’Autorità di Bacino, prevede uno stanziamento di 1,7 miliardi di euro, ma negli ultimi anni sono stati impegnati solo 60 milioni di euro, praticamente il 4% del necessario» – spiega Cristiana Avenali, per anni direttrice di Legambiente Lazio, ora consigliere Regionale. L’inarrestabile impermeabilizzazione del suolo a fini edilizi non ha contribuito certamente a migliorare la situazione, così come la frequenza con cui ormai si ripetono fenomeni atmosferici straordinari, legati ai cambiamenti climatici. Secondo i dati dall’ Ufficio Statistica di Roma Capitale, i Municipi a maggior rischio idrogeologico sono il primo (centro storico) e il decimo (Ostia). «È evidente che si è investito molto poco per evitare tragedie come quella accaduta in Sardegna - sottolinea Avenali - Inoltre, puntare sulla prevenzione significherebbe creare nuovi posti di lavoro».
Le città a rischio nel Lazio
Tutta la regione soffre smottamenti e bombe d’acqua I voti della Protezione civile: insufficienti 26 località
