Un sequestro lampo che assomiglia molto a un golpe. Ieri il primo ministro libico Ali Zeidan è stato prelevato all'alba ed è stato trattenuto per sei ore: la Libia sembra scivolare sempre più nel caos, a due anni dall'uccisione di Muammar Gheddafi. L’ennesimo fallimento della primavera araba. Ali Zeidan è stato portato via da decine di uomini armati penetrati nell'albergo in cui abitualmente risiede, considerato uno dei luoghi più sicuri a Tripoli. I rapitori non hanno dovuto sparare neppure un colpo, a conferma dell'incapacità delle autorità di garantire la sicurezza persino al capo del governo. Dopo alcune ore il premier è stato liberato in circostanze ancora poco chiare. Quel che è certo, come ha detto il portavoce del governo di Tripoli Mohamed Yehia Kaabar, è che Zeidan non è stato rilasciato su iniziativa dei suoi rapitori, gli uomini della Camera dei rivoluzionari libici che stavano indagando sul premier dal 9 giugno. Kaabar non ha però voluto chiarire se sia stato necessario l'uso della forza. Fonti locali hanno detto all'agenzia di stampa Anadolu che il presidente del Congresso nazionale libico Nouri Abu Sahmin ha svolto un ruolo determinante per il rilascio di Zeidan, apparso successivamente in televisione per una conferenza stampa. «I libici hanno bisogno di saggezza, non di un'escalation» ha commentato Zeidan lanciando un appello alla calma. Il 63enne premier, al potere da un anno dopo un trentennio di opposizione a Gheddafi dall'esilio, è al centro di molte critiche per la gestione dell'economia e della sicurezza. «Se l'obiettivo del mio sequestro era che mi dimettessi, ebbene, non lo farò - ha assicurato - Stiamo facendo piccoli passi ma nella giusta direzione. Quando accaduto rientra in un gioco politico interno». Zeidan ha ringraziato «polizia, esercito e i veri rivoluzionari» che hanno contribuito alla sua liberazione ma non ha fornito altri dettagli. Il sequestro-lampo sarebbe la risposta al blitz di sabato scorso a Tripoli con cui un commando di forze speciali Usa aveva catturato Abu Anas al-Libi, l'uomo di Al-Qaeda in Libia che sarebbe stato la mente delle stragi in Kenya e Tanzania nel 1998. Un gruppo di ex ribelli islamisti noto come «Sala operativa dei rivoluzionari della Libia», a cui è attualmente affidata la sicurezza di Tripoli, ha fatto sapere di aver «arrestato» il premier perché il segretario di Stato Usa, John Kerry, aveva confermato il coinvolgimento del governo libico nel blitz americano. Il capo della «Sala operativa» sarebbe, tra l'altro, il braccio destro di al-Libi. L'impressione è che l'azione puntasse a defenestrare il premier puntando sull'indignazione per il raid americano. Oltre alla «Sala operativa dei rivoluzionari», tra i sospetti responsabili del sequestro c’è un’altra agenzia legata ai miliziani, il «Dipartimento anticrimine». Entrambi i gruppi sono stati fondati da Nouri Boushameen, presidente del Congresso nazionale, altro nome del Parlamento. Lo stesso Boushameen ha però però preso le distanze dal sequestro, affermando in conferenza stampa che i membri delle due agenzie che hanno condotto l'operazione saranno puniti. Il presidente del Congresso nazionale ha poi aggiunto di avere fatto visita al premier mentre era in «stato di detenzione» e di avergli promesso che risolverà la crisi La situazione in Libia ovviamente allarma molto il governo italiano, anche per i riflessi sul flusso migratorio verso le coste siciliane. Il premier Enrico Letta ha convocato una riunione a Palazzo Chigi, presenti il vicepremier Angelino Alfano, i Ministri degli Esteri, Emma Bonino, e della Difesa, Mario Mauro, e i servizi segreti proprio sulla crisi libica. Al termine, con un comunicato ha ribadito «la ferma richiesta del governo italiano di un pronto ristabilimento della legalità nel Paese e dell'avvio di un'effettiva azione di dialogo tra le diverse componenti della società libica».
Sequestro lampo per il premier Ali Zeidan
Rapimento in risposta al blitz delle forze americane che hanno catturato un capo di al-Qaeda
