Tutte le nazioni più importanti del mondo occidentale stanno svoltando a destra. È successo negli Stati Uniti con l'affermazione di Trump, in Spagna col ritorno al governo di Rajoy, in Gran Bretagna con la vittoria dell’Ukip che chiedeva la Brexit, in Francia dove la sfida alle prossime presidenziali potrebbe essere tra il candidato dell’Ump Francois Fillon e Marine Le Pen, in Germania dove Angela Merkel si ricandida per contrastare non tanto la sinistra, bensì l’avanzata dell’estrema destra di Frauke Petry. Personalmente ritengo che un fenomeno simile sia individuabile anche in Italia. È vero che al governo c’è il centrosinistra, ma Matteo Renzi tutto può essere definito fuorché un socialista. Mentre i rappresentanti della «Ditta», dalla minoranza Dem ai sindacati agli ex Sel, non sono stati mai così emarginati come ora. Il punto è: perché, in Italia, a essere protagonista di questo spostamento a destra non è stato il centrodestra stesso? Da sei anni l’area che si riconosceva nel Pdl è in crisi di consensi e gioca un ruolo marginale nella politica italiana. Dico sei anni perché ritengo che la crisi sia cominciata a fine 2010, quando Gianfranco Finì fallì la spallata al governo Berlusconi ma, di fatto, mise fine a un’esperienza politica che durò altri dodici mesi solo per inerzia. Nel periodo da quel 14 dicembre 2010 al 16 dicembre di due anni dopo sono successe alcune cose. Matteo Renzi ha cominciato la scalata al Pd, Beppe Grillo ha programmato lo sbarco dei suoi in Parlamento. Di contro, il massimo che è riuscito a fare il centrodestra è stato annullare le primarie che si sarebbero dovute tenere proprio il 16 dicembre 2012. Scegliendo di puntare tutto ancora una volta sulla leadership di Berlusconi, si accontentò dell’uovo oggi piuttosto che la gallina domani. Ma quel domani è arrivato da tempo. Ora, per non restare altri anni ai margini del campo - con Renzi che si è appropriato dell’area centrista dell’elettorato e Grillo che presidia i confini del voto anti-establishment - dopo il referendum del 4 dicembre il centrodestra ha tre strade di fronte a sè. La prima prevede una riabilitazione di Silvio Berlusconi dalla Corte di Strasburgo e la sua investitura, per l’ultima volta, come leader della coalizione. Ha un chè di romantico: la stessa Europa che contribuì alla caduta del Cavaliere lo rimette in sella e gli consente di giocarsi l’ultima chance, col sogno di una rivincita meritata. Roba da film. La seconda strada è quella tracciata da Giorgia Meloni: primarie di coalizione il 5 marzo per riparare al danno fatto dal gran dietrofront di quattro anni fa. La terza strada, infine, richiede innanzitutto la risposta a una domanda: ha senso ancora parlare di centrodestra quando ovunque nel mondo - dall’Inghilterra alla Francia - le strade della destra identitaria del centro moderato si sono divise? Ha senso ancora provare a far andare d’accordo Forza Italia con Lega e Fratelli d’Italia. Non sarebbe meglio, per Salvini e Meloni, in un’ottica futura guardare a un’alleanza col MoVimento 5 Stelle, per certi versi politicamente molto più vicino? Non sarebbe il caso, a tal proposito, puntare sui temi meno approfonditi dal grillismo, come la difesa dell’identità nazionale e di quella cristiana? E non sarebbe meglio, per Forza Italia, provare a rifondare con Renzi quel centro che, senza la sinistra del Pd, potrebbe governare l’Italia stabilmente per alcuni anni? Personalmente ritengo la prima strada impercorribile, la seconda utile nel breve, la terza la più sensata nel medio lungo periodo. Obietteranno gli analisti: dipenderà tutto dalla legge elettorale. Con un premio alla coalizione va cercato l’accordo con Berlusconi, con il proporzionale si può andare anche da soli. È vero, ma ritengo che se il centrodestra (o il centro e la destra) vuole tornare protagonista, deve sganciarsi dai fattori contingenti e provare a volare alto. Ma, fortunatamente, non sta a me decidere.
Le tre strade del centrodestra
