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Bob Marley senza fine, il profeta del reggae va sempre di moda

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le mie coordinate. Nato in Puglia vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione a «La Sapienza» e la passione per il giornalismo mi hanno portato a «Il Tempo»

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Musica, religione, diritti civili, calcio e politica. In Bob Marley vita e arte si fondono in un mix esplosivo che lo trasforma in musicista reggae e mistico, leader politico e profeta spirituale. A 40 anni dalla morte avvenuta l’11 maggio 1981, Marley continua ad alimentare il suo mito. Il catalogo vende milioni di copie e la raccolta «Legend» resta l’album reggae più venduto di sempre.

E pensare che da bambino Bob leggeva la mano alle amiche di sua madre. Poi smise di fare il veggente per gioco e iniziò il percorso musicale. Mai previsione fu più azzeccata. La madre, Cedella Booker, era una nativa giamaicana, il padre, Norval Sinclair Marley, un ufficiale della marina britannica che, dopo la nascita del figlio, abbandonò la famiglia. «Non ho avuto padre - confessò Marley parlando della sua infanzia - Era come quelle storie che si leggono, storie di schiavi: l’uomo bianco che prende la donna nera e la mette incinta».

 

 

 

Qualche anno dopo Bob si trasferì con la madre in un sobborgo di Kingston, Trenchtown. Nel frattempo i musicisti giamaicani stanno inventando un nuovo genere musicale che spopolava nell’isola caraibica: lo ska. A 14 anni, Bob decide di studiare musica con Joe Higgs e nel 1962 esce il primo singolo «Judge Not». Due anni dopo si unisce a Peter Tosh, Bunny Livingstone, Junior Braithwaite, Beverley Kelso e Cherry Smith e forma gli «Wailers». Nel corso del tempo questa formazione cambierà spesso sia elementi che etichetta discografica, raggiungendo l’apice del successo nella seconda metà degli anni ’70. È solo nel 1976 che negli Usa scoppia la reggae-mania e «Rolling Stones» proclama Bob Marley and the Wailers «band musicale dell’anno». Intanto a 21 anni Marley aveva sposato Rita Anderson dalla quale ebbe 3 figli, altri 2 adottati da precedenti relazioni di Rita e gli altri 8 da relazioni con donne da cui si è poi separato.

 

 

 

Non solo divo del reggae, Marley fu osannato anche come profeta del Rastafarianesimo, dottrina religiosa che predicava il ritorno di tutti i neri a una terra promessa in Africa sotto la guida del messia Hailé Selassié, conosciuto come ras Tafari Makonen. Questo profondo interesse determinò una svolta nel suo approccio alla musica. Nel ’76 pubblica «Rastaman vibration», album dove spicca il brano «War», il cui testo ricalca un discorso di Hailé Selassié. L’influenza politica di Marley cominciò a crescere nelle diseredate periferie di Kingston. Nel dicembre ’76 il musicista decise allora di organizzare un concerto gratuito al National Heroes Park ma, pochi giorni prima dell’esibizione, lui e la moglie vennero assaliti nel loro appartamento e feriti a colpi di arma da fuoco. L’intimidazione non impedì al cantante di esibirsi ugualmente. Per evitare altri attentati, però, Marley decise di stabilirsi a Londra dove lavorò all’album «Exodus», il suo maggiore successo e che contiene canzoni come «Waiting in vain», «One love/People get ready» e «Jammin’». Nel giugno ’80 pubblicò il suo ultimo album intitolato «Uprising». «Could you be loved» e «Redemption song» sono le ultime hit. Poi l’evento epocale per il nostro Paese. Il 27 giugno Marley suonò davanti alle 100mila persone dello stadio San Siro. Fu la prima e ultima volta che si esibì in Italia. Fu un rito collettivo indimenticabile per l’Italia e per la musica dal vivo. Passano alla storia le interpretazioni di «Positive Vibration», «Natural Mystic», «I Shot The Sheriff», «War», «Zion Train», «No Woman, No Cry», «Jammin’», «Exodus», «Is This Love», «Get Up», «Stand Up», «Could You Be Loved» e «Redemption Song».

Ma la sua vita corre veloce. Troppo veloce. E nel settembre 1980, dopo una ferita riportata in una partita di calcio, gli venne diagnosticato un tumore all’alluce che si era già propagato a cervello, polmoni e fegato. Dopo essersi curato in Germania, l’11 maggio 1981 morì a Miami a soli 36 anni. La Giamaica gli ha dedicato il Marley Museum e ha trasformato la sua data di nascita in una festa nazionale. E non solo in Giamaica.
 

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