Trump in Cina, quei tre giornali severi con Donald e morbidissimi con Xi
Ormai è chiaro che ai giornaloni Trump non piace. Non piaceva il primo Trump, non piace il secondo. Un odio malcelato che li porta, pur di smontare Donald, ad esaltare un dittatore come Xi Jinping. E così capita che, alla vigilia della visita del presidente americano nel Sol Levante, su La Stampa l’ex ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi ci spiega che «La Cina ha il coltello dalla parte del manico» e di come Trump andrà col cappello in mano.
Sul Corriere della Sera Federico Fubini sostiene come gli Usa abbiano imboccato la via dell’isolamento mentre «piazza Tienanmen sta diventando una meta sempre più ambita di pellegrinaggi politici». Su La Repubblica Paolo Mastrolilli da New York parla di come «le difficoltà incontrate da Trump in Iran lo hanno indebolito». Insomma in due parole: il Dragone sta diventando un alleato più affidabile dell’Aquila a stelle e strisce. Se non fosse un esercizio di stile ci sarebbe da preoccuparsi e spieghiamo il perché. Il sistema americano per quanto caotico contiene meccanismi di equilibrio che la Cina non possiede. È la differenza tra una democrazia conflittuale e un sistema monolitico. Negli Usa il potere è distribuito: Congresso, Corte suprema, governi statali, stampa indipendente (anche se vediamo le prime forti ingerenze), lobby economiche, università, il tutto condito da elezioni regolari. Tant’è che persino Trump ha incontrato continui limiti istituzionali (un esempio recente l’ha fornito la Corte suprema quando ha bocciato i dazi).
A Pechino la storia è un’altra. In questi anni Xi ha progressivamente eliminato i contrappesi interni al partito comunista cinese concentrando il potere personale in una misura che non si vedeva dai tempi di Mao. In un sistema monolitico i processi decisionali sono indubbiamente accelerati, ma gli errori non possono essere corretti attraverso le elezioni e il dissenso pubblico. E soprattutto gli errori tendono a essere nascosti fino a quando non scoppiano in una crisi.
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Spostiamoci sul rapporto con gli alleati. Restrizioni commerciali contro Paesi critici, pressione diplomatica, dipendenza industriale e tecnologica; Pechino tende a usare il peso economico come leva politica. Lo si è visto, per esempio, con la Lituania per i rapporti con Taiwan, o con l’Australia dopo le richieste di indagine sul Covid. Gli Usa di Trump per quanto «aggressivi» non arrivano a tanto. Ultimo elemento: l’alleanza americana è basata su valori condivisi. Pluralismo, libertà individuali, economia di mercato, tutela, seppur imperfetta, dei diritti civili. C’è un impianto valoriale che unisce Vecchio e nuovo continente. Anche negli Usa della sorveglianza di massa, delle guerre in giro per il mondo e di Guantanamo, c’è uno spazio per criticare il potere. In Cina no. La repressione di Hong Kong, la sorveglianza nello Xinjiang, la censura online, il controllo capillare e la persecuzione degli Uiguri sono solo alcuni esempi di come lo spazio di libertà si restringe continuamente. E scusate se è poco.
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