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Tremila italiani alla conquista di New York

di Augusto Frasca Quattrocento dollari, quota d'iscrizione per appendersi al petto un numero di gara e lasciare traccia delle proprie scarpe sull'asfalto di New York. In tempi conclamati di mezza...

Q uattrocento dollari, quota d'iscrizione per appendersi al petto un numero di gara e lasciare traccia delle proprie scarpe sull'asfalto di New York. In tempi conclamati di mezza carestia, indifferenti all'attacco predatorio degli organizzatori statunitensi, tremila nostri connazionali sono volati oltre Atlantico per sentirsi cittadini del mondo. Accade per la 45ª edizione della maratona della Grande Mela. Accade dal 13 settembre 1970, quando un rumeno originario dalla Transilvania condusse al traguardo, al termine d'una gara disputata all'interno del Central Park, 55 compagni d'avventura, tutti uomini. L'anno successivo, la distanza classica di 42.195 metri, le 26 miglia e 385 yard che Dorando Pietri battezzò nell'edizione olimpica londinese del 1908 partendo dal castello di Windsor e giungendo asfissiato allo stadio White City, si aprì al settore femminile. Sei anni dopo, convinto del successo, Fred Lebow lanciò la sfida alla città dilatando il percorso ai cinque distretti, Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx, Manhattan, ottenendo la chiusura di trecento incroci dopo aver ingaggiato come servizio d'ordine, una tshirt e un cappellino come divise d'ordinanza, i teppisti delle zone più malfamate. L'inventore di quell'azzardo organizzativo è dedicatario dal 1992, anno della scomparsa, di una statua al Central Park, a due passi dal Memorial dedicato a John Lennon nel luogo dove l'esponente dei Beatles venne fulminato da quattro colpi di pistola. Un'unica volta la prova statunitense subì l'interruzione. Quanto non s'era verificato nel 2001, con una metropoli prostrata dal miserabile attentato alle torri gemelle, capitò nel 2012, quando il ciclone Sandy inondò strade, metropolitana e ospedali. Da anni, per evitare affollamenti difficilmente governabili, New York blocca a 50.000, con qualche eccezione, il tetto dei partecipanti. La febbre della corsa statunitense è la punta più vistosa di un fenomeno e di una rivoluzione dei costumi che a partire dagli anni Ottanta ha contagiato mezzo mondo, facendo del correre, dall'esclusività della Quinta Strada e della croisette di Nizza, fino ai tormentati marciapiedi del lungotevere romano, un trionfo antropologico, un linguaggio universale che sfugge alle mode. Nella scorsa edizione giunsero al traguardo in 50.530. Dopo le affermazioni iniziali degli statunitensi, come altre maratone internazionali quella di New York è divenuta da anni terreno di conquista degli specialisti keniani, uomini e donne. Il pronostico della corsa che prende il via oggi alle 15.30, dal ponte Giovanni da Verrazzano, sembrerebbe non fare torto alla tradizione più recente, proponendo tra l'altro alla partenza i due vincitori della scorsa edizione, Wilson Kipsang e Mary Jepkosgei Keitany. Fra gli italiani, un tris in cerca di soddisfazioni, tre campioni europei che considerano la gara di New York come importante antipasto sulla strada di Rio 2016: Daniele Meucci, febbre permettendo, Anna Incerti e Andrea Lalli.

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