I timori dello zio. Nella vita di un ex calciatore ci sono pensieri che ti inseguono anche quando hai attaccato gli scarpini al chiodo: difensori che mordono le caviglie, mediani taglialegna, attaccanti che dribblano sempre, e sempre allo stesso modo. Poi c’è l’archivio segreto, quello delle cose non dette, archiviate, messe in soffitta dentro cassetti polverosi. Ma ogni tanto quei cassetti si riaprono, riaffiorano i pensieri, e con loro le preoccupazioni per ciò che si è fatto. Beppe Bergomi è stato un campione dentro e fuori dal campo, un esempio sportivo che da tempo ha intrapreso una carriera di eccellente commentatore tv. Il pallone continua a essere parte della sua vita, il calcio - che tante gioie gli ha regalato da giocatore - ora gli dà qualche preoccupazione. «Sono preoccupato per quello che ci davano - ha commentato Giuseppe Bergomi a Rsi, la tv Svizzera italiana - facendo anche tanti passi indietro, io non sono esente da certi discorsi perché alcune sostanze che adesso sono doping quando ho iniziato la mia carriera si potevano prendere». Si parla di Micoren, stimolante cardiovascolare tolto dal mercato dal 1985 perché nocivo alla salute. Un mondo sommerso quello del doping nel calcio, un cancro che in passato ha mietuto vittime illustri. Poche le denunce in tal senso, l’ex calciatore Carlo Petrini fu uno dei pochi a uscire allo scoperto dopo essere stato colpito da un tumore al cervello. E’ morto nell’aprile 2012, poco dopo aver passato la sessantina. E come lui tanti altri, calciatori scomparsi precocemente per aver subìto somministrazione di doping, vittime di tumori, costretti su una sedia a rotelle, stroncati da mali incurabili. Sulla morte dell’attaccante della Roma Giuliano Taccola non è mai stata fatta luce, nonostante gli appelli della sua signora - già vedova a 23 anni - con un marito morto negli spogliatoi di Cagliari per motivi ancora ignoti. Era il 1969. Omertà e indifferenza hanno coperto questo caso come tanti altri, storie di ragazzi unicamente interessati al pallone, che ingoiavano tutto quello che proponeva il medico di turno. La generazione degli anni settanta conta tanti morti, Bruno Beatrice morì prima di soffiare sopra una torta con quaranta candeline. E’ una storia di doping, non tanto diversa dagli anni ottanta, con giocatori della Lazio costretti a ingoiare pilloline rosse che l’allenatore laziale pretendeva di somministrare ai suoi calciatori: qualcuno le ha prese, qualche altro le ha gettate nel water preservandosi la salute. Oggi qualcosa è cambiato, come lo stesso Bergomi sottolinea. «Le società adesso sono cresciute e danno un livello di informazione elevato - continua l’ex capitano dell’Inter - qui sta anche nell'intelligenza dell'allenatore e di chi ti guida nel distribuire i carichi di allenamento: se hai caricato oggi, domani non puoi proporre determinati allenamenti, per ottenere determinati obiettivi non devi passare per dei sotterfugi, questo è un principio che ho sempre cercato di inculcare ai giovani». Il tecnico Zdenek Zeman nell’estate del 1998 denunciò l’uso di doping nel calcio. Se Bergomi ogni tanto è preoccupato, anche tanti suoi colleghi non dormono sereni. È questo il prezzo del successo a ogni costo. Un prezzo troppo alto, che a volte costa la vita.
Bergomi choc sui farmaci all’Inter
L’ex capitano nerazzurro esce allo scoperto «Sono preoccupato per quello che ci davano»
