«Allo stato non sono emersi elementi che facciano pensare a un omicidio». Il procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, commenta così i contenuti della nuova perizia medicolegale del professor Franco Tagliaro, disposta dalla procura romagnola nell’ambito dell’indagine sulla morte del Pirata con l’ipotesi di omicidio volontario. Il tossicologo veronese arriva a conclusioni diverse rispetto al lavoro del professor Giuseppe Fortuni, il patologo che effettuò l’autopsia, secondo cui Pantani fu stroncato da un’overdose acuta dovuta all’ingestione di una quantità enorme di cocaina, al termine di un delirio tossico, nel residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio di dieci anni fa. Ma anche rispetto alla consulenza di Francesco Maria Avato sulla quale si basa l’esposto della famiglia Pantani che ha fatto riaprire il caso ipotizzando l’omicidio attraverso l’ingestione coatta di un mix letale di acqua e cocaina. Per Tagliaro il Pirata sarebbe morto per «una grave insufficienza cardiaca» dovuta alla mescolanza «di farmaci e cocaina». Sulla modalità di assunzione, il perito esclude l’«assunzione sotto costrizione» e non esclude, facendo esplicito riferimento alla «assunzione eccessiva di antidepressivi» con possibili «finalità autosoppressive», l’ipotesi del suicidio. Una volontà forse rappresentata - anche solo simbolicamente - da un lenzuolo annodato e da un cavo fissato su una ringhiera. Un’eventualità che non era stata presa in considerazione dalle parti al processo, neanche dalla difesa dei pusher. Secondo la nuova perizia il corpo non sarebbe stato spostato e le ferite sul volto sarebbero riconducibili a una caduta, anche se non è possibile escludere la presenza di altre persone nel bolicale. Per dare corpo alle sue tesi Tagliaro ha chiesto altri esami tossicologici sui reperti ancora a disposizione - dei peli pubici - e la riesumazione del corpo, anche se gli esiti «a dieci anni di distanza, sono imprevedibili», commenta il tossicologo. L’attenzione si sposta dunque sui farmaci assunti abitualmente da Pantani - ma non solo - come quelli (benzodiazepine e trimipramina) prescritti dall’allora medico del Sert di Ravenna, Giovanni Greco, che lo aveva in cura e che durante il processo ne descrisse l’abuso abituale di cocaina, un consumo abnorme «da cento grammi a settimana». Morte dovuta all’interazione tra sostanze , dunque, più che all’overdose accidentale dopo l’assunzione per via orale di una quantità enorme di droga, come ipotizzato da Fortuni. Nelle scorse settimane il legale della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, aveva portato a Giovagnoli la testimonianza di due infermieri del 118 arrivati sul posto che negano la presenza accanto al cadavere di un bolo alimentare intriso di cocaina, invece visibile dal video girato più tardi dalla polizia. «La presenza di quella "pallina" però dovrà essere spiegata, alla fine di questa vicenda», dichiara a Il Tempo il legale, il quale potrebbe chiedere lo spostamento dell’inchiesta alla Procura generale di Bologna dopo l’annuncio di querele a giornali e tv da parte dicinque agenti della mobile di Rimini che parteciparono al sopralluogo. «Sono convito che Giovagnoli sia un grande magistrato e un galantomo - dice ancora De Rensis - ma il clima a Rimini non è facile e prenderò atto, giorno dopo giorno, dell’evolversi della situazione». Se il fascicolo Pantani fosse tolto alla Procura di Rimini si potrebbe ricominciare tutto da capo. Anche da una nuova superperizia.
Caso Pantani Ipotesi suicidio
La nuova perizia: letale mix di farmaci e cocaina MAGLIA ROSA '99 L'ex squadra: «Coassegnatela a Gotti e Marco»
