Sport

Il «rosso volante» del bob

Eugenio Monti 6 medaglie olimpiche e 9 ori mondiali è il più grande di sempre Colpito da tragedie familiari e vicende giudiziarie si è tolto la vita dieci anni fa

Chi si imbattesse nell’edizione internazionale del Guinness dei primati, prodotta a Londra, incrocerebbe il nome di un atleta italiano considerato dai redattori della pubblicazione il più grande nella storia di una disciplina: il bob. L’atleta, un ampezzano: una traiettoria esistenziale avviata nel 1928, vissuta tra polveri bianche di ghiaccio e neve attaccate al viso come pellicola vitale e conclusa tragicamente, settantacinquenne, solitaria, all’inizio del ventunesimo secolo. Fu un incidente a mozzare il futuro di un grande discesista, indicato a venti anni erede diretto di Zeno Colò, e a farne un fuoriclasse del bob. Confermato ai vertici delle specialità alpine nel 1950 con la conquista del titolo italiano sia nello slalom gigante sia nello speciale, il ventitreenne Eugenio Monti s’imbatté nel suo «giorno dei giorni», per un verso sciagurato, per l’altro provvidenziale, il 13 dicembre 1951, sulle piste del Sestriere. Caduto in allenamento, l’atleta ebbe poche ore dopo un responso clinico spietato: legamenti crociati di entrambe le ginocchia irrimediabilmente lesionati, e fine della carriera sciistica. Il tempo di imprecare contro la pista, contro la fatalità e contro se stesso, e immediata la decisione di dare sfogo alla sua irruenza agonistica salendo su una slitta a due o a quattro posti, derivata dai rudimentali toboggan utilizzati dagli indiani del Nord America, aggiornata nei tempi e trasferita nell’agonismo delle piste ghiacciate dotata di pattini, di un sistema di comando, di freni a pettine con denti di acciaio e capace, nel punto più veloce del percorso, di raggiungere velocità di 140 chilometri orari. Due anni di apprendistato e nel 1954, per il «rosso volante» cortinese, inquieto, generoso, forte di temperamento e sprezzante di rischi, primo titolo italiano nel bob a quattro, seguito l’anno successivo da analoga affermazione nel bob a due. Nel 1957, in coppia con il concittadino Renzo Alverà, battesimo internazionale con la conquista del primo di nove titoli mondiali, di cui sette, tra il 1957 al 1966, nel bob a due, i restanti nel 1960 e nel 1961. L’anno precedente la conquista del primo titolo iridato, sulla pista casalinga di Cortina, con due equipaggi azzurri protagonisti assoluti, Monti aveva condotto il suo bob alla medaglia d’argento olimpica, preceduto di poco dall’altro equipaggio italiano formato da Lamberto Dalla Costa e da Giacomo Conti, piloti di jet dell’Aeronautica militare assistiti dall’abruzzese Ernesto D’Ilario che applicò alla partenza le tecniche dell’atletica. Otto giorni dopo, altra medaglia d’argento nel bob a quattro. Assente a Squaw Valley nel 1960, in un’edizione appena passabile sul piano organizzativo, ma di cui vennero fortemente apprezzate le cerimonie di apertura e chiusura dirette da Walt Disney, il mago dei cartoni animati, il geniale creatore di Biancaneve e Cenerentola, di Topolino e Paperino, il bob si ripresentò quattro anni dopo a Innsbruck. Dai Giochi in terra austriaca Monti uscì insoddisfatto. Eppure, condusse al terzo posto entrambi gli equipaggi italiani, imponendosi inoltre all’attenzione dei dirigenti internazionali con un gesto d’eccezionale generosità, di cui si scrive a parte. Fu nel 1968, sull’Alpe di Huez prossima a Grenoble, che Eugenio Monti fissò i paletti di una carriera insuperata, prevalendo il 6 febbraio, in coppia con Luciano De Paolis, romano, nel bob a due, l’urlo al compagno di non frenare nei punti più a rischio, consacrandosi definitivamente il più forte di sempre, il 15, trionfando nel bob a quattro con Mario Armano, Roberto Zandonella e ancora con De Paolis. Dagli anni Settanta in poi, la vita del cortinese Eugenio Monti, impegnato nella conduzione di impianti di risalita, ebbe alti e bassi. La fortuna gli fu spesso ostile, toccandolo prima negli affetti familiari - dalla separazione dalla moglie Linda alla la morte, per overdose, del figlio Alex - e poi trovandolo invischiato, era il 1991, in problemi giudiziari, con pesanti ripercussioni economiche, originati dall’aver utilizzato dinamite per lo sbancamento di un costone roccioso del monte Faloria. Un tramonto amaro, lontano da riflettori e palcoscenici, come spesso accade per protagonisti dello sport, peggiorato da un progressivo morbo di Parkinson e definitivamente archiviato il 30 novembre 2003 quando, la mente vulnerata, con un colpo di pistola Eugenio Monti pose fine alla vita di una delle figure più affascinanti dello sport mondiale.

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