Volto marcato. Un fiume di rughe. Muscoli nodosi, come le racchette e gli sci dell’epoca. Discese mai oblique, un totale disprezzo del rischio, senza casco di protezione, sui pendii più infidi, come lo svizzero Lauberhorn, 4.455 metri di tracciato ricavato alle pendici dell’Eiger, 1.025 di dislivello tra partenza ed arrivo, pendenza media del 33%. Una posizione rivoluzionaria assunta in discesa, da consentirgli velocità da vertigine superiori ai 150 chilometri orari. Questo era Zeno Colò, probabilmente il più forte discesista apparso sulle piste internazionali a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del ventesimo secolo, l’atleta capace di proporre sui campi di sport esaltazioni pari a quelle coeve manifestate per Bartali e Coppi, per Adolfo Consolini, per Pino Dordoni o per Alberto Ascari. Colò nasce lontano dalle nevi del Nord. Quando nasce, è il 1920, la quieta località dell’Abetone situata nel pistoiese ai confini fra Toscana ed Emilia non è comune autonomo. Lo diventerà nel ’36. La montagna è povera, sparuti i praticanti, lontani le tecnologie e i mercati, così come lontani sono il turismo di massa e il popolo di sciatori e di vacanzieri esplosi, emuli fantasiosi della genialità e della perfezione geometrica di Gustavo Thöni e dei successi della «valanga azzurra», nel benessere sociale dell’inizio degli anni Settanta. Eppure, nel giro di pochi anni, in questa esigua fascia territoriale nascono personaggi da far invidia alle piste trentine o aostane. Coetanea di Zeno, Celina Seghi e, poco prima, Vittorio Chierroni, otto titoli italiani fra il ’36 e il ’47, primo ai mondiali di Cortina del ’41, primo nei gran premi di Megève e di Chamonix nel ’37 e nell’Arlberg-Kandahar nel ’48. Il 9 maggio del 1947 Zeno Colò è al Plateau Rosa. Gli è accanto Leo Gasperl, austriaco della Stiria, un pioniere della disciplina, direttore della Scuola nazionale di Cervinia, detentore dall’anteguerra del record dal salto dal trampolino e del primato mondiale di velocità, gli ultimi decenni dell’esistenza vissuti tra le nevi abruzzesi di Rivisondoli e la scuola di sci intitolata a suo nome. La sfida è sul chilometro lanciato, attrezzature primitive, sci di legno, duri, inerti, lontani dai materiali superraffinati in fibre di vetro e in titanio. Scende Gasperl. I cronometri si bloccano a 159,242 km/h. L’abetonese, la neve divorata dall’irruenza, va oltre: 159,22, neanche tre i centesimi di differenza, ma sono centesimi che valgono il nuovo primato. Lo migliorerà ancora nel 1952, stagione dell’affermazione olimpica, portando la velocità a 159,292 km/h. Se il 1947 è l’anno del primato mondiale, se il 1948 segna il dominio nelle libere del Sestriere e del Lauberhorn a Wengen, se nel 1949 l’italiano spadroneggia nelle discese del Kandahar, il 1950 e il 1952 sono le stagioni della sua definitiva consacrazione. Ai mondiali di Aspen del ’50, in Colorado, Colò si afferma sia nella libera che nello slalom gigante, giungendo a un soffio dall’en plein, secondo nello speciale. Due anni dopo, ai Giochi olimpici di Oslo, quarto classificato nelle due prove di slalom, l’abetonese realizza il capolavoro confermando la pratica imbattibilità nella discesa libera inchiodando ai gradini inferiori del podio due fuoriclasse come gli austriaci Othmar Schneider e Christian Pravda. Quella conquistata sul tracciato norvegese di Norefjell è la prima medaglia olimpica nella storia dello sci italiano, seconda in assoluto nei Giochi invernali dopo l’affermazione firmata nel 1948 a Saint-Moritz da Nino Bibbia nello skeleton, specialità poi scomparsa dai programmi olimpici. Reduce dall’affermazione olimpica, popolare come pochi, ragionevolmente desideroso di aggiungere all’intensità dei successi tranquillità economica, Colò decide di abbinare il proprio nome a quello di aziende italiane specializzate in abbigliamento invernale, la Nordica per gli scarponi, la Colmar per le giacche a vento. Non sono contratti da nababbi, ma è professionismo dichiarato, un insulto all’etica bigotta dell'epoca, inevitabile la squalifica da parte della Federazione italiana. Con diciotto titoli nazionali alle spalle, uno olimpico, due mondiali, un primato di velocità e il segno indelebile lasciato sulle principali piste internazionali, l’abetonese chiude la carriera, trentaquattrenne, con la vitalità di un ventenne. Solo molti anni dopo, nel 1989, l’atleta sarà riabilitato. A lui, gigante delle nevi, unico italiano olimpionico in discesa libera, scomparso nel 1993, è intitolato l’asteroide 58079 Zenocolò scoperto nel 1998.
Zeno Colò, dalle nevi dell’Abetone alle stelle
Ai Giochi di Oslo ’52 fu il primo oro azzurro sugli sci. Un asteroide porta il suo nome
