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«Nessun derby Roma-Milano per le Olimpiadi del 2024»

Parla il presidente del Coni Giovanni Malagò

Giovanni Malagò ricopre la carica più alta e prestigiosa dello sport italiano: da pochi mesi, e contro ogni pronostico, è il nuovo Presidente del Coni. Lo incontriamo nel suo grande studio nella Presidenza del Coni al Foro Italico. Lei è un imprenditore e il Circolo Aniene, di cui è il Presidente, ha dei grandi campioni, anche del mondo e olimpionici, nel nuoto e nel canottaggio, qual è stata la ragione che l’ha spinta a candidarsi come Presidente del Coni? «Anche se può sembrare strano, l’ho considerato per certi versi un percorso naturale. L’esperienza fatta al Canottieri Aniene per 17 anni, che da una parte è un club con molte tradizioni e con regole quasi anglosassoni che affonda le sue radici dal 1892 e dall’altra di fatto è una polisportiva con 17 federazioni e affiliazioni diverse, mi ha permesso di maturare un’esperienza da dirigente sportivo abbastanza particolare, diciamo unica su tutto il territorio nazionale. Credo di aver saputo dimostrare che, senza avere un contributo pubblico, è possibile avere un modello sportivo che si tiene in piedi da solo con una capacità di auto finanziamento». Dopo alcuni mesi alla Presidenza del Coni cosa ha cambiato e cosa pensa di cambiare rispetto anche alla passata gestione in cui ci saranno stati aspetti positivi e negativi? «Su questo sono sempre stato molto chiaro, sia durante la campagna elettorale, anche se la parola può sembrare inappropriata ma rende l’idea, sia al momento dell’investitura dopo la vittoria alle elezioni. Ho sempre detto che il nostro modello aveva delle luci e delle ombre, non era tutto da buttare. Forse la grande massa, l’opinione pubblica, non sa che i miei elettori sono i presidenti di federazioni olimpiche e non olimpiche, una rappresentanza delle discipline sportive associate e degli enti di promozione, i rappresentanti delle società benemerite, i rappresentanti degli atleti, i rappresentanti dei tecnici, i rappresentanti delle componenti territoriali, quindi c’è un’eterogeneità di persone molto diverse. Io ho pensato che fosse giusto dare più attenzione a tutte queste componenti, a cui con il tempo erano state date priorità diverse. Ho chiesto e voluto una fortissima condivisione anche di queste realtà all’interno di quelle che sono le decisioni e le valutazioni. L’ultima parola pretendo di averla io, mi assumo la responsabilità, è un diritto ma è anche un dovere. Però sul carro ho cercato di portare tutti con lo stesso tipo di dignità». Invece per il 2024 questa «battaglia» tra Roma e Milano? «Battaglia non c’è perché da diversi mesi sto dialogando molto bene con le istituzioni. I miei rapporti sia personali che professionali con funzionari pubblici e rappresentanti di istituzioni diverse, enti locali, anche se delle due città più importanti, e comitato olimpico sono molto molto buoni. Il mio ragionamento è questo: è una cosa che sento dentro e che assolutamente voglio portare avanti. Sono convinto che è una grandissima opportunità per le nuove generazioni, per mettere finalmente in moto anche ottimismo, positività, occupazione anche perché parliamo di numeri impressionanti. Tutti giovani, una forte vocazione internazionale, grande dinamismo, niente gigantismo, un ritorno alla persona. L’uomo, al centro di questa candidatura. Voglio però sottolineare che tutto ciò si deve fare solo e necessariamente se le persone che veramente contano nel Paese sono d’accordo. La candidatura la firma il sindaco della città ma è il comitato olimpico a proporla, formalizzarla e sostenerla. Se tutti siamo d’accordo ci metterò la faccia molto volentieri e sarò felice di sostenerla, in caso contrario rischia di essere un’occasione perduta. Abbiamo tempo per tutto il 2015, perché così recita la carta olimpica, stiamo facendo tutte le valutazioni del caso». Passiamo al calcio, mia grande passione. Cosa pensa di quanto accaduto al Milan, della formalità che ha sempre tenuto e quanto accade in questi giorni con Adriano Galliani? Si è rotto qualcosa o no? «Indubbiamente la vicenda è stata gestita mediaticamente non bene e soprattutto è andata fuori controllo con una serie di dichiarazioni prima durante e dopo che hanno sfiorato, per certi versi, anche l’imbarazzo da parte delle persone che conoscono bene i soggetti in causa. Questa è una questione non nuova nella storia dell’uomo e nuova nella storia del mondo del calcio. C’è bisogno che ci sia una complicità tra chi deve gestire, cioè colui che ha la proprietà e la partecipazione azionaria, e chi invece è un manager preposto da soggetti precedenti alla partecipazione azionaria. Da che mondo è mondo, una persona dovrebbe fare il presidente e una persona dovrebbe fare l’amministratore delegato, il problema è che in questo momento il presidente è rappresentato dal padre dalla persona che di fatto oggi ha interesse sul Milan e quindi tutto questo crea una situazione molto particolare tanto è vero che lo stesso padre, in un modo forse salomonico, ha risolto la questione». Il ministro Bonino è intervenuto relativamente alla vicenda dei tifosi della Lazio in Polonia. Cosa si può fare, perché non si è intervenuti immediatamente, qual è la sua opinione in merito? «È molto chiara, è molto semplice. Innanzitutto si devono appurare le responsabilità di queste persone, perché ci sono versioni molto discordanti e bisogna farlo in modo preciso non semplicemente per sentito dire. Chi ha sbagliato deve pagare sia perché ha commesso dei reati sia e soprattutto perché ha danneggiato l’immagine della propria squadra e del proprio Paese. Qualsiasi responsabilità abbiano avuto questi ragazzi, ammesso che ce l’abbiano avuta, è totalmente inaccettabile il modo in cui sono stati trattati. Questo non può andare bene, io onestamente faccio il presidente del Coni e quindi non è il mio mestiere ma, se avessi avuto altri ruoli istituzionali a livello politico, mi sarei fatto sentire perché non trovo assolutamente accettabile il trattamento ricevuto da questi ragazzi per tutto questo tempo». A proposito di diversi ruoli istituzionali perché non sono stati fermati i tifosi dell’Atalanta dopo la partita Atalanta–Roma quando hanno mostrato in curva i carrarmati bianchi anche dopo i fatti di luglio? Perché si parla di frenare la violenza e poi si consentono delle manifestazioni del genere assolutamente provocatorie? «È evidente che il gesto dei tifosi dell’Atalanta era una provocazione da parte della curva nei confronti dei tifosi della Roma, e avrebbero dovuto essere fermati ma nell’affrontare questo tipo di problematiche si deve volare un po’ più in alto e cioè il tema è sempre e solo relativo alla cultura sportiva che, purtroppo, noi e il nostro Paese non siamo riusciti a trasmettere negli ultimi trent’anni. Io credo che nonostante le polemiche sia proprio grazie agli ultras che ci sono ancora persone che vanno allo stadio. Quello che non va bene è che la cultura degli ultras, fermo restando quello che è il tifo, sfoci in questioni di natura ideologica, di qualsiasi natura. Può essere ideologia nei confronti dello Stato, ideologia nei confronti di un’altra squadra, ideologia nei confronti del colore della pelle di un giocatore, ideologia nei confronti di una territorialità. È questa la cosa che secondo me si deve combattere. Servono esempi in positivo, servono facce che, a prescindere dalla squadra, siano credibili, dirigenti che non hanno nessuna macchia che non sono attaccabili da nessuna parte. Lo dico con molta franchezza, non avrei problemi ad andare a vedere una partita di calcio non solo nella curva della squadra che tifo - la Roma - ma anche da un’altra parte, perché penso che le persone, se riconoscono dei modelli seri e credibili, li rispettino. Purtroppo gli ultras partono dal presupposto che quelle persone che ogni tanto hanno provato nel corso del tempo a dargli delle regole, erano le prime a non rispettarle ed ecco perché tutto è iniziato». Cosa pensa dei nuovi investitori stranieri che sono osannati e inneggiati sia dai media sia dai tifosi? «Ognuno vorrebbe che il presidente di una società di calcio e quindi il proprietario e l’azionista fosse il suo migliore amico, la persona della porta accanto con cui confrontarsi, darsi consigli, parlare di calcio, chiedergli i biglietti, farsi portare in trasferta poi però dobbiamo confrontarci con la realtà. Oggi nel contesto nazionale è difficile che ci siano delle realtà che possano fare banco rispetto a quelli che sono oggi gli impegni nel mondo del calcio, per cui benissimo, felicissimo, super a favore se ci sono gli investitori stranieri che vogliono investire nel nostro sistema calcio. L’importante è che questi investitori abbiano come presupposto che, da una parte, devono tutelare i loro investimenti e dall’altra devono riconoscere la storia di una squadra che spesso rappresenta la storia di tutto un territorio, di tutto un popolo e di tutta una città, in alcuni casi addirittura di intere tifoserie». A tal proposito si parla sempre e solo della legge sugli stadi perché oramai sono una realtà imprescindibile per le nostre società di calcio, qual è la situazione ad oggi? E come pensa di comportarsi nel caso in cui non passasse l’emendamento all’interno della legge sulla stabilità? «Tema delicato, tema difficile, tema dolente. Mi fa piacere che mi faccia questa domanda perché così chiarisco ancora una volta, e credo in un modo più esplicito che posso, che il Coni non legifera, è un mestiere che non fa parte del nostro statuto. Il Coni ha voce in capitolo ma logicamente le forze, le autorità istituzionali che sono preposte sono il Governo e il Parlamento. Ci sono stati degli impegni molto chiari e molto precisi, espliciti, pubblici da parte di questo esecutivo dopo la brutta figura fatta nella legislatura passata durante la quale non si è riusciti a chiudere questa vicenda. Adesso nell’ambito del patto di stabilità è uscito l’emendamento all’ultimo momento. C’è un preciso impegno di recuperarlo alla Camera, noi aspettiamo fiduciosi. Non è la legge sugli stadi che dobbiamo portare avanti ma la legge sugli impianti, perché al di la dello stadio della Lazio e della Roma o del Milan o dell’Inter ci sono centinaia migliaia di strutture che devono avere un minimo di capienza di 500 posti indoor e di 2.000 outdoor, in questo caso per il calcio, ed io, che ho girato tutto il territorio, posso garantire che c’è una domanda impressionante di questo tipo di impiantistica. L’impiantistica serve per la multidisciplinarietà dello sport e in certi paesi di provincia per combattere il fenomeno della delinquenza, il fenomeno del disagio sociale, il fenomeno della droga, il fenomeno del bullismo e per certi versi il fenomeno della disoccupazione. Creando un centro sportivo si crea un polo di socialità e aggregazione fondamentale in un Paese che ha migliaia di campanili. Ecco perché io sono logicamente da una parte ottimista, lo sono di natura, dall’altra a gran voce dico chiudiamo questa partita perché è inaccettabile. Cosa chiediamo? Procedure certe, tempi certi e ovviamente un minimo di sostenibilità economica perché se no, siccome lo Stato non deve investire nulla ma è tutto a carico dei privati, bisogna riconoscergli qualche cosa, perché altrimenti chi le fa poi queste opere? » In bocca al lupo e grazie Presidente per tutto quello che ha fatto e farà per lo sport italiano.

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