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La storia insegna Impossibile fermare la corsa del pallone

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Dellavita che scorre, a zig zag, oppure a dritto. Dei compagni e degli avversari che quella palla la rincorrono con noi. In Italia il gioco del pallone è svago e mito, nei Paesi più poveri addirittura ascensore sociale verso un'esistenza migliore. Nei primi anni della scuola è scoperta ed incontro, vezzo di figurine da scambiare con la faccia degli atleti stampata sopra: ce l'ho, ce l'ho. Mi manca. Perché il calcio è anche quello che non è: libertà, fantasia, depensamento, goduria, estasi, rabbia, violenza, ricchezza, stile, seduzione, genio. Azione e immobilità. Persino corruzione. Come le altre umane cose transita per miliardi di stati d'animo, di virtù e di vizi ma in sé, nella sua ontologia, si porta appresso il dono dell'eternità. Un dribbling di Maradona, una tunnel di Totti, una punizione di Veron, una giocata di Baggio sono oltre, ben al di là del deperimento di una scommessa aggiustata, sono arte fissata per sempre nell'istante di una finta o di una segnatura. Per questo le inchieste giudiziarie di questi giorni, comunque andranno a finire, incarnano un inciampo del calcio ma non la sua fine. Troppi moralismi si son levati attorno al gioco del pallone. Persino il presidente del Consiglio Mario Monti ieri ci è caduto: «Bisogna riflettere - ha detto - e valutare se non gioverebbe per due-tre anni una totale sospensione di questo gioco». Per favore, professore. Almeno lei non si unisca al coro di quelli, tanti, troppi, che in questi giorni hanno scomodato gli eterni (secondo loro) malanni nazionali irrisolti: siamo un Paese corrotto, niente si salva più e altre litanie decadenti. Il calcio - insistono i moralizzatori - altro non sarebbe che una metafora di ciò che non funziona in Italia. Fregnacce. La magistratura stabilirà se e in che misura ci sono reati, ma per favore non diamo il via ad un giudizio universale permanente. Quello, per chi crede, spetterà ad uno soltanto e per chi non crede, beh allora non è il caso di assolutizzare l'idea del Bene nel gioco del calcio. Pensandoci con attenzione è questo uno degli svariati modi postmoderni per giustificare la fine di ogni ideologia politica, di ogni fede: arpionarle. A Firenze, dove il calcio lo praticano da secoli, i calcianti non sono mai stati stinchi di santo. Perché dovrebbero? Non gli si chiede il candore ma la bellezza di saper praticare una contesa sportiva, di fare più cacce (il nome che i fiorentini del Cinquecento davano ai gol) possibili. E già nel XVII secolo, il poeta Vincenzo da Filicaja ammirava questo agonismo pallonaio: «E di vero valor tante e sì altere / prove in finta battaglia indi mostrarse/ che sembran finte al paragon le vere». Perché nel calcio non c'è spazio per gli infingimenti ed i raccomandati finiscono in panchina. Certo non è l'Eden ma perché pretendere che lo sia? In fondo se la narrativa e il cinema hanno fatto del pallone un'epica, vuol dire che c'è del buono (al di là degli inciampi). In un passaggio di Azzurro Tenebra, romanzo sulla sfortunata spedizione azzurra ai Mondiali tedeschi del 1974, Giovanni Arpino scriveva: «Ancora vide Giacinto. Si teneva aggrappato all'indio Yazalde in un intrico di ossa mulinanti. Ormai gli era impossibile sgiungersi, apparivano rappresi in un unico sudore. Bevevano lo stesso fiato d'aria fradicia, tempia contro tempia, sputavano saliva e fiele sullo stesso filo d'erba. Il groviglio dei gomiti era cespuglio spinoso. Nello scatto parallelo il ruotare delle ginocchia diventò sincrono, ciascun muscolo ciascuna carne parvero la concreta ombra dell'altro. Sulla palla alta che volò via, solo un astuto spigolo di Giacinto prevalse. Ricaddero nel vuoto come mostruosi gemelli e toccando terra si fecero più stretti d'odio». Emozioni su due piedi dal nome semplice: gioco del pallone.

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