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De Rossi, annuncio choc No alla fuga dei piedi buoni

De Rossi

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Sì, ce l'hanno ripetuto milioni di volte: il calcio non è più quello delle figurine che non cambiavano mai casacca, dei giuramenti di fedeltà che duravano una vita. Nessun referendum, in quell'epoca felice, avrebbe potuto approvare il divorzio tra il campione e la "sua" squadra. Forse, quel tipo di calcio non è mai neppure esistito: ma al tempo in cui i gol arrivavano dentro la tv solo a tarda sera, neppure il bianco e nero poteva nascondere il colore di quelle maglie che gli assi "di casa" indossavano per tutta una carriera. Il rossoblù di Giggirriva, il nerazzurro di Sandrino Mazzola, il rossonero di Rivera, persino il giallorosso eroico di Giacomino Losi. Ci hanno viziati da bambini, abbiamo creduto che attorno al pallone funzionasse a pieno regime una fabbrica di sogni, di lealtà, di quel codice morale che sa di appartenenza e amore. Da grandi, abbiamo capito che non era vero: ecco i giocatori che cambiano camicia di continuo. Al massimo, ipocritamente non esultano quando segnano contro gli ex compagni. Si trincerano dietro frasi strategiche come "se la società vuole vendermi mi sacrifico per il suo bene", oppure "resterei a vita qui, ma se occorre per ripianare il bilancio...". Teatrini di Pinocchio. Basta con la fuga dei piedi buoni e tosti, abbiamo già dato con quella dei cervelli. Lasciar partire De Rossi, con un giochino di connivenze tra club e tesserato, sarebbe come strappare via il calendario delle speranze per la Roma che verrà. Non solo per il valore sentimentale e giocosamente fumettistico della storia di "Capitan Futuro". Ma perché qui si parla di uno dei quattro o cinque top player mondiali nel ruolo, e nessuna squadra può programmare un sensato rafforzamento vendendo - sia pure a caro prezzo - un atleta con le caratteristiche di Daniele. E tutto questo nelle stesse ore in cui si va in Brasile a ingaggiare un attaccante (ex?) etilista, con una «scommessa» buona per i centri di riabilitazione psicofisica, non per una sensata campagna di mercato. Diranno: non ci sono soldi in cassa, l'operazione De Rossi è dolorosa ma inevitabile. Insisteranno: oltre a tanti milioni, arriveranno dei rinforzi, magari proprio dal Real. Che negli ultimi anni, visti i «buoni rapporti», ci ha rifilato formidabili bidoni come Cicinho o lo stesso Julio Baptista. Le alternative vere al giallorosso sono Gerrard o Lampard, e non lavorano a Madrid. Benzema? Andiamo, su. Su tutto, c'è la questione della romanità. I capitani del recente passato e del presente, da Di Bartolomei a Giannini a Totti, sfoggiavano un certificato di nascita che legava indissolubilmente il loro destino a quello della Capitale. Dire addio a De Rossi sarebbe come vendere la Fontana di Trevi agli spagnoli. A quel punto, tanto varrebbe demolire la fabbrica dei sogni. Ma nessuno si illuda di poter applicare, in una città ombelicale come questa, l'esempio vincente dei globalizzatori interisti: che hanno realizzato la "triplete" fregandosene dei simboli, delle bandiere, dell'Italia e del gonfalone di Milano.

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