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Quando il sale della sfida era solo l'ironia

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Pensosiano destinati al dimenticatoio i tempi felici, quando i tifosi di opposto colore vivevano fianco a fianco le stracittadine, massimo della violenza qualche presa in giro tra amici, scommesse divertenti pagate a denti stretti, lontani l'astio e l'intolleranza dei nostri giorni, quelli che hanno indotto ad anticipare l'ora di inizio per limitare il pericolo di incidenti. Disincanto e ironia erano state da sempre prerogative dei romani, di qui sono passate icone della storia senza lasciare traccia di isterismi o di genuflessioni da parte di un popolo saggio e scanzonato. Connotati che suscitano rimpianti per un evento non proprio di livello universale come una partita di calcio, la lunga vigilia puntualmente avvelenata da punzecchiature sgradevoli, messaggi di odio che nessuno si preoccupa di correggere. Ha perduto molto del suo fascino, il tifo, da quando è stato lasciato in mano alle organizzazioni, se non addirittura alle squadracce, non aveva torto Fabio Capello quando affermava che i club italiani sono ostaggi degli ultras, nella peggiore accezione di un termine che già poco simpaticamente si lega all'Oas di Salan. Ha agito con raziocinio la Roma, vietando ai suoi giocatori qualsiasi dichiarazione, anche di recente ogni parola diveniva oggetto di rissa verbale e di facili strumentalizzazioni. Non si respira aria balsamica, nell'approccio al derby romano, forse vano l'appello a un esame di coscienza per tutti, a partire dai protagonisti che dovrebbero riportare l'evento ai suoi aspetti reali, ma anche da parte dell'informazione a tutti i livelli. Vero che negli anni recenti la rivalità tra le tifoserie è rimasta in limiti accettabili, però sappiamo tutti quanto abbiano pesato, in tutto questo, alleanze politiche non vicinissime alla civiltà e alla tolleranza. Ci vorrebbero, e non soltanto da parte dei tifosi, segnali di pace con i contenuti delle rispettive scatole craniche. Una speranza, un auspicio: non deludeteci.

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