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«Mai minacciato Lotito, solo contestato»

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In due ore circa di interrogatorio di garanzia, davanti al gip Guglielmo Muntoni, Fabrizio Toffolo, capo ultrà della Lazio, finito in carcere venerdì nell'ambito dell'inchiesta sulla tentata scalata alla società biancoceleste e sulla tentata estorsione ai danni del patron affinché cedesse il club, ha spiegato, assistito dagli avvocati Francesco Gianzi e Marco Marronaro, episodio per episodio, di essere estraneo ai fatti. L'indagato ha sostenuto di non aver appoggiato in particolare alcuna operazione riguardante la Lazio, ma di essersi limitato, assieme al suo gruppo, a contestare la presidenza perché ritenuta inadeguata; della vicenda dell'acquisto della società non avrebbe avuto una conoscenza diretta. Toffolo ha detto, inoltre, di aver avuto rapporti con alcuni degli indagati, compreso Giorgio Chinaglia. «In realtà, i fatti addebitati non possono integrare l'estorsione - ha commentato l'avvocato Gianzi - perché mancano gli elementi costitutivi della violenza o della minaccia». Anche gli ultrà Yuri Alviti e Fabrizio Piscitelli hanno negato di essere stati gli autori di messaggi o striscioni con minacce contro Lotito. «Le telefonate intercettate più significative per la procura - ha spiegato l'avvocato Marronaro - sono relative al periodo marzo-maggio 2006, mentre le minacce a Lotito erano di settembre-ottobre 2005. Gli indagati hanno chiarito come le conversazioni contestate si riferissero ad argomenti che non avevano alcuna attinenza con la vicenda Lotito». I tifosi hanno precisato di aver appoggiato inizialmente Lotito nel confronto con Tulli perché speravano che potesse riportare la Lazio ad alti livelli, come ai tempi del presidente Cragnotti che, riuscendo a trascinare allo stadio 60-70mila spettatori, determinava di conseguenza vantaggi economici anche per i supporter. Dopo circa due mesi dal suo ingresso, però, gli Irriducibili compresero che le promesse di Lotito erano vane e che gli unici soldi che avrebbe voluto spendere erano quelli destinati alla costruzione di uno stadio e di palazzi sulla Tiberina su terreni inedificabili, ricevendo, tuttavia, il no del Comune. Gli ultrà hanno smentito, inoltre, la tesi della procura secondo cui avrebbero ricevuto maggiori privilegi durante la gestione Cragnotti. Per i tifosi, la contestazione contro Lotito sarebbe cominciata ancor prima dell'arrivo di Chinaglia nei cui confronti avevano fiducia perché è un simbolo nella Lazio. «Io ero solo il portavoce di Chinaglia, non sono mai stato messo al corrente di quelle che erano le sue reali intenzioni». Giuseppe Bellantonio, 61 anni, finito in carcere nell'ambito dell'inchiesta sul tentativo di scalata alla SS Lazio, ha spiegato così al gip il suo ruolo nella vicenda. «Il mio cliente - dice l'avvocato Antonio Jezzi - ha chiarito completamente la sua posizione». Bellantonio ha respinto ogni addebito dipingendosi come semplice esecutore degli ordini dati da Chinaglia.

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