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Perchè Svetislav Pesic resterà alla guida della Virtus Roma. E la spiegazione è talmente semplice da apparire quasi banale. «A contract is a contract». Tira un bel sospiro di sollievo tutta quella gente che da giorni sui siti internet specializzati urlava la propria disperazione. «Sono felice di sapere che tanti tifosi si sono così legati a me. Significa che apprezzano il mio lavoro ed il mio modo di fare. Ma il mondo dello sport è strano. Vinci due partite e sei un eroe. Ne perdi due e ti fischiano». Pillole di saggezza che il coach di Novi Sad dispensa gustandosi un sigaro e chiedendo l'approvazione del suo amico-collaboratore professor Milivoje Karalejic. I due si conoscono bene. «Lui — dice Pesic mescolando spagnolo, inglese ed un improbabile italiano — è un vero «profa» di basket. Ha anche allenato mia moglie Vera». Che non si sa quale parte abbia avuto nel no alla Dinamo. Ma che in passato era stata decisiva quando Pesic fu ad un passo dalla panchina del Cska. «Pranzammo a Berlino, in un ristorante italiano, con i dirigenti russi. Presi una giornata per decidere. Li non c'era la scuola tedesca per mia figlia Ivana e poi il clima di Mosca non era certo il massimo». Non come quello di Roma che regala al tecnico ed all'inseparabile «profa» una serata calda e stellata resa frizzante da un pizzico di ponentino. «Cose ottime. Questa città è sorprendente». Con Pesic è bello parlare di basket. «Qualità, fame e condizione fisica. Sono le tre caratteristiche del mio giocatore ideale. Quello che vorrei allenare sempre. Qualità, perchè il talento è innato e può solo essere raffinato. Fame, perchè chi lotta su ogni pallone per regalarsi un futuro migliore è un vincente. Condizione fisica perchè a parità di tecnica è quella che fa la differenza». E chi tra i giocatori della Virtus ha queste caratteristiche? «Hawkins. È stato un bel colpo confermarlo». Ma la nuova Virtus non si ferma qui. «Il mercato non sarà semplice. I giocatori migliori vogliono l'Eurolega e noi non possiamo dargliela. E poi ci sono queste società russe che sparano ingaggi stratosferici». Lo sa bene il presidente Toti che ha rischiato di vedersi soffiare dalla Dinamo il tecnico su cui poggia il progetto. «Ma io voglio parlare di Roma e di quello che ci aspetta. Qui c'è una strana mentalità. C'è sempre nostalgia del passato. Tutti mi parlano di Bianchini o della Virtus di tre anni fa. È un pezzo di storia, è vero, ma per noi conta il futuro». Che parte da una certezza. «La squadra non la faranno sicuramente nè i giornalisti, nè i procuratori. C'è tanta pressione sul presidente Toti. Tutti gli chiedono di vincere subito. Se succedesse sarebbe bello, ma siamo sicuri che poi ci sarebbero le condizioni per restare al vertice per anni? Allora io gli dico sempre che il primo passo è porre una base solida a livello organizzativo. Dare ad ogni collaboratore un compito e poi costruire il resto. È facile comprare i grandi campioni. In fondo fu fatto con Myers. Ma non mi sembra si sia vinto nulla». E se si parla di giocatori con la G maiuscola Pesic fa due nomi impossibili. «Resteranno nelle loro squadre perchè sono legati da contratti. Ma Basile e Marconato sono eccezionali». Come il romano Gigli. «Ecco un altro che ha qualità, fame e condizione fisica. Mi piacerebbe allenarlo». E Bodiroga? «Dejan è un grande giocatore e non è appagato. Ed ha una mentalità unica. Era con me quando con la nazionale serba vincemmo i mondiali di Indianapolis. Nella prima partita contro la Spagna perdemmo di un punto e lui sbagliò il canestro del successo. Tornavamo verso l'albergo e lui si colpiva la testa con una mano e si diceva: «idiot, idiot». Ho capito da quella reazione che saremmo diventati noi i campioni». Vorrebbe continuare a raccontare basket Pesic. Ma è tardi. Ultima tirata all'inseparabile toscano e chiusura con un concentrato della sua filosofia cestistica. «Credo nel lavoro

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