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Corrado Augias "lo sfollagente", cade dalla Torre di Babele: share mai così basso

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Foto: Ansa

Flop a La7, numeri da brividi per il programma culturale dello scrittore. Sbattuta la porta alla Rai ora arriva appena all'1,7 % di ascolto

Marco Zonetti
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Uno share dell'1.7% pari a 180.000 spettatori. La puntata del 10 dicembre de «La Torre di Babele Doc» è stata senz'altro una delle meno viste di sempre per quanto riguarda il programma culturale condotto da Corrado Augias nel pomeriggio di La7.

Certo, il traino di «Tagadà» di Tiziana Panella non poteva dirsi vantaggioso, e in particolare l'ultimo segmento denominato «#Focus», fermo al 2.8% pari a 247.000 teste, ma tant'è. Gli stessi numeri della versione prime time de La Torre di Babele non sono poi così eclatanti, un 5% circa, cifre lontane dai fasti di «diMartedì» di Giovanni Floris e di «Una giornata particolare» di Aldo Cazzullo. E tuttavia, quando Augias lasciò la Rai per La7, molti giornali di sinistra intonarono un pianto greco quasi se ne fosse andato un Fiorello o un Corrado (Mantoni) dei tempi d'oro.

 

Nel sottolineare i risultati non certo da brindisi di giubilo è peraltro utile ricordare il piglio con cui Augias abbandonò la tv pubblica per approdare nei lidi più congeniali di Urbano Cairo. «Nessuno mi ha cacciato, ma nessuno mi ha trattenuto» egli sentenziò nel novembre 2023. Aggiungendo: «A 88 anni e mezzo devo lavorare in posti e con persone che mi piacciono; e questa Rai non mi piace. Perché non amo l'improvvisazione. E in Rai oggi vedo troppa improvvisazione, oltre a troppi favoritismi». Un lapidario addio che siamo stati costretti a rileggere più volte, ipnotizzati dalla precisazione «88 anni e mezzo», capace da sola d'invalidare ogni rivendicazione personale e professionale.

In un Paese in cui i 50enni che perdono il lavoro faticano non poco a ricollocarsi, figuriamoci i 60enni, ecco che un novantenne – ininterrottamente in video dagli anni Ottanta – si lamenta di dover lavorare alla sua età con gente che non gli piace. Benvenuto nella realtà di qualunque lavoratore dipendente costretto a sopportare ogni giorno superiori e colleghi, talora ingoiando bocconi amari e umiliazioni, e nei casi peggiori subendo mobbing, per riuscire a campare. Consigliamo ad Augias di riguardarsi quel bellissimo film di Silvio Soldini, «Giorni e Nuvole», nel quale il maturo imprenditore Antonio Albanese perde il lavoro e per mantenere la famiglia è costretto a fare il Pony Express. Se vogliamo, poi, a novant'anni non è certo obbligatorio condurre un programma a tutti i costi. Ci si può godere un nipotino, una crociera, un bel libro, che al buon Corrado non mancherà di certo, un giardino e così via.

 

Inoltre, per poter mandare in video Augias dal lunedì al venerdì oltre che il lunedì sera, il palinsesto pomeridiano di La7 ha dovuto subire alterazioni. Fino al 2024, infatti, lo spazio successivo a Tagadà era occupato da «C'era una volta il Novecento» condotto da Alessio Orsingher e Luca Sappino. Una delle pochissime trasmissioni culturali – se non forse l'unica – presentata da due giovani, valenti e preparati oltre che piuttosto telegenici (il che non guasta). Ebbene, dalla sera alla mattina i due trentenni si sono visti togliere il programma per lasciare paradossalmente spazio a un novantenne. Da ricordare a tal proposito che, secondo Augias, oggi «i giovani non sono romantici, non sono pronti a morire per la patria, il sangue». Verrebbe da rispondergli che oggi, forse, i giovani sono sfiduciati vedendo vegliardi come lui continuare a occupare spazi e poltrone, togliendoli a loro. E, nel suo caso, con risultati non eclatanti. Anzi. Gli ascolti di Augias al pomeriggio sono infatti gli stessi che portavano a casa Orsingher e Sappino, che però costavano molto meno. Valeva la pena di farli fuori per assecondare le imperiture ambizioni di un nonagenario?

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