Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Red Ronnie: "Musica uguale potere ma oggi è un paradosso"

Esplora:

Giovanni Terzi
  • a
  • a
  • a

Dai nove ai quattordici anni ho studiato in seminario dai preti a Borgo Capanne sull’Appennino tosco emiliano. Ricordo che piangevo, all’inizio, tutti i giorni». Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, è il più profondo conoscitore di musica del nostro paese e, come spesso accade, questo suo sapere viene riconosciuto in modo più significativo all’estero che in Italia. Non segue mai il «mainstream» del momento, così come non lo si troverà mai aderire in modo convenzionale alle mode culturali prevalenti solo per comodità. Red Ronnie è profondamente un uomo libero, capace di stare da solo, e sempre animato da visioni e progetti così futuristici che potrebbero apparire anacronistici. Per capire da dove nasce il suo spirito libero bisogna conoscere le sue origini.
Perché, Red, sua madre l’aveva mandato in seminario?
«Per mia madre rappresentava la soluzione di un problema. Con dodici mila lire al mese (circa sette euro di oggi) mi faceva studiare e mangiare. Questo fin quando non ho iniziato a studiare ragioneria alle superiori».
E quando è andato via dal seminario le è dispiaciuto?
«Ricordo Monsignor Zarri, il preside di quella scuola, che mi disse "peccato, con te la Chiesa perde una grande persona"».

 


Aveva la vocazione sacerdotale?
«Non credo quella, però qualche anno fa andai a trovare Monsignor Zarri e mi disse che il senso della mia vita era quello di dare voce a chi non ce l’ha».
E così è stato in qualche modo. Ha subito iniziato a trasmettere nelle radio libere...
«La liberalizzazione delle frequenze ha determinato lo sconvolgimento della comunicazione. Nel 1977 durante la manifestazione a Bologna in cui fu ucciso Francesco Lorusso nel 1977 avevo una radio, “Marconi & Co”, con Guccini, Dalla e Bonvi. Guccini e Dalla decisero di non dare notizie sui disordini di Bologna e io passai i reportage che registravo sulla strada e alle assemblee studentesche a Radio Alice. Era l’11 marzo ed il mio amico Bonvi mi consigliò di cambiare nome perché la polizia stava cercando Gabriele Ansaloni».
E fu lì che scelse il nome di Red Ronnie?
«Si, scelsi Ronnie perché era il nome del mio pilota preferito, lo svedese Ronnie Peterson, e Red per il colore dei miei capelli».
Ronnie Petterson fu un pilota di formula 1, cosa c’entrava con la musica?
«Peterson era il più forte ed il più veloce ed era un uomo incapace, come lo sono stato io, a fare i contratti».
Che vita faceva Gabriele Ansaloni prima di diventare Red Ronnie?
«La mia era una famiglia di braccianti agricoli dove la fatica ed il sacrificio era la cifra dominante della nostra vita. Non vivevamo di affettuosità particolari, ad esempio non ricordo molti abbracci da parte di mia madre o mio padre, posso dire che i “doveri” venivano molto prima dei “diritti”; era una società che ti insegnava tanto».
E la musica?
«Avevo una paghetta di cinque mila lire alla settimana (due euro e mezzo oggi ndr) e sempre tremila e cinquecento li spendevo per comprarmi un album».
La musica di allora era come Instagram oggi, la metteva in contatto con il mondo?
«No, la musica mi metteva in contatto con il bello. Oggi non sempre i social fanno questo».
Ma come è nata la passione per la musica ?
«Quando ero ragazzo i miei cugini più grandi venivano a casa con un mangiadischi e stavamo ore ad ascoltare le canzoni».
Che tipo di musica amava?
«Ero un rockettaro ma amavo anche Caterina Caselli e l’Equipe 84...».
Tra Beatles e Rolling Stones?
«Inizialmente i Rolling Stones, così come Jimi Hendrix, ma con il passare del tempo ho incominciato ad apprezzare il quartetto inglese».
E tra Duran Duran e Spandau Ballet?
«Una delle mie interviste più importanti fu con i Duran Duran nel 1981 e per questo sono a loro legato in modo speciale».
Quando iniziasti a “mettere su” musica per gli altri?
«La nostra casa dove vivevano era nella campagna più profonda ed io, quando iniziai a diventare grande, comprai woofer e tweeter pazzeschi per far sentire musica a tutti».
In che senso?
«Mettevo le casse girate fuori dalla finestra e alzavo a manetta. Di sera vedevo le luci dei motorini del paese vicino che si accendevano e correvano sotto casa mia. La musica è stata da sempre la mia passione pensa che...».
Cosa?
«Ogni esperienza con la musica è meravigliosa ed intensa. Mi ricordo quella volta in cui insieme a mia moglie Morena abbiamo fatto l’amore con le cuffie. Volevamo essere dentro una bolla fatta di suoni e melodie».

 


 

La musica, le radio libere l’hanno fatto arrivare al Bandiera Gialla.
«Fu Bibi Ballandi che, acquisendo la Fonte Galvanina, mi disse di inventarmi qualcosa è così e’ stato. A quell’epoca io lavoravo in banca ma il nuovo direttore non mi piaceva molto e così colsi l’occasione per cambiare attività».
E andò bene?
«Molto. Pensa che ogni sera facevamo circa diecimila ingressi paganti e lì fu l’inizio di una serie di successi anche televisivi come Be-Bop-a-Lula».
Quanti telegatti ha vinto?
«Sette ma soprattutto tre con Videomusic con il programma Roxy Bar. Furono i primi telegatti al di fuori del duopolio Rai e Mediaset. Oggi la musica è tutt’altra cosa invece».
Cosa è cambiato?
«La musica è potenza, genera emozione, è pericolosa per coloro che vogliono tenere il potere. Prova a pensare al Live Aid o a Peter Gabriel con la canzone Biko contro l’apartheid. Quanta gente è riuscita a conoscere e capire grazie al linguaggio della musica...».
Tanta e quindi?
«Quindi si doveva controllare e così si è arrivati al paradosso di oggi».
Quale?
«Ci sono state varie fasi. La prima e renderla gratuita con Napster. Poi abbassi la qualità tecnica. Considera che un brano è un giga mentre su supporto elettronico e’ di 0,3 mega il che significa una qualità quattromila volte inferiore all’originale. Io nel 2011 dicevo che c’era troppa musica e di bassa qualità e che avrei suonato solo dischi in vinile. C’era chi, come Lorenzo Jovanotti, rideva. Infine tutto questo ha portato ad idoli vuoti e senza qualità, divenuti famosi non per la musica ma perché sono diventati influencer o personaggi del gossip come Paris Hilton».
Lei è sempre stato sfavorevole al linguaggio della trap Music.
«È un fenomeno vuoto e violento. Le canzoni sono ispiratrici di malcostume e per i giovani rappresentano un modello pessimo. È come se ci fosse un mondo fuori che ti vuole costringere a stare male; per fortuna il fenomeno trap Music si è già dissolto».
E i giovani d’oggi?
«Ci sono talenti eccezionali tra di loro ed io voglio dare la voce proprio a questi. Oggi se vai in un locale ti chiedono solo cover da suonare mentre credimi c’è tanta qualità tra i ragazzi di oggi».
Dare voce ai giovani; ritorniamo alla missione che monsignor Zarri le aveva dato?
«Mi aveva capito prima di tutti, per me questa è la mia vita».

 

Dai blog