«Quando decisi di rendere pubblico il mio problema, lo feci con lo spirito della sportiva: ero convinta che la gente, i tifosi del tennis mi avrebbero incitata per vincere». Al termine della cerimonia di consegna di un importante riconoscimento in ambito medico-scientifico, Lea Pericoli, grande campionessa della racchetta, si presenta con l’identico e imperturbabile spirito agonistico che ha temprato la sua splendida esistenza tra trofei e amore ripagato, con l’umanità della benefattrice. Alla «signora in gonnellino» lo scorso 14 maggio, in una cornice per lei naturale, il Foro Italico, habitat in terra rossa di una vita, è stato consegnato il Premio Donna, dall’Aila, l’Associazione per la lotta all’artrosi e all’osteoporosi, fondata e presieduta dal professor Francesco Bove. Che ha motivato così la decisione del conferimento: «Lei che ha contribuito in modo decisivo alla popolarità e alla diffusione dello sport e che, coraggiosamente, dopo essersi sottoposta a un intervento di tumore quando la parola "cancro" terrorizzava e non lasciava margine di speranza, ha scelto di parlarne e si è rivolta proprio alle donne, invitandole alla prevenzione». Lo stesso concetto - ha spiegato Bove - che la Fondazione Aila «manda avanti sin dalla sua nascita». Ma dove ha trovato Lea Pericoli il coraggio per uscire allo scoperto? «Mah, non esageriamo. Avevo una paura terribile, ero terrorizzata. La mia fortuna, ripeto, è stata l’idea di pensare di trasformare quell’angoscia in un match». Cosa le dissero gli amici? «Nicola (Pietrangeli, che era presente alla cerimonia insieme con Gianni Rivera e Nino Benvenuti, ndr), amico di una vita, mi fece i complimenti per la mia uscita, definendola sùbito uno "smash vincente". Il prof. Umberto Veronesi fu altrettanto affettuoso, ma rimase piacevolmente sorpreso dalla mia determinazione: io gli spiegai che se il mio gesto fosse servito a salvare anche una sola vita, ne sarei stata felice e gratificata». Cosa vuol dire alle donne? «Oggi come ieri la stessa cosa: è importante che effettuino esami preventivi, in particolare pap test e mammografia, perché con la prevenzione si può guarire». E vincere anche in campo? «Sì, in effetti, a sei mesi dall’intervento cui mi sottoposi, ho vinto i campionati italiani nel 1973» (e lo fece ancora per due anni, avendoli conquistati, ininterrottamente, per 27 edizioni a partire dal 1958, ndr). Ma alle donne consiglia di fare sport? «Le dico la verità: lo sport agonistico fa male alle donne, le ammazza. Ma si può pur sempre ritrovare un briciolo di femminilità, magari con delle mutandine di pizzo: io le mettevo sotto il gonnellino. Per farmi notare, è la verità. Tanto un "dritto" o un "rovescio" mi venivano bene o male anche con dei brutti mutandoni». Cosa significa per lei essere testimonial, dal 1973, della ricerca sul cancro? «Un’occasione quotidiana per far capire alla gente che il male può essere sconfitto se affrontato e combattuto nei tempi giusti. Poi con la Fondazione "Il tennis per vita", insieme con Nicola Pietrangeli e Antonio Ricci, diamo una mano ai bambini oncologici: lì c’è veramente bisogno di tanto amore». Non abbiamo chiesto a questa straordinaria signora evergreen un parere sulla decisione di Angelina Jolie: avrebbe trovato garbatamente il modo di non rispondere. Di sicuro l’attrice, dopo l’annuncio choc, è tornata ancora sotto rete (in questo caso quella del web): sarebbe pronta ad affrontare altri interventi chirurgici per limitare al minimo i rischi di sviluppare un tumore. Come strombazzato con stile discutibile di essersi sottoposta a una doppia mastectomia, l'attrice avrebbe in programma l'asportazione delle ovaie. La Jolie aveva rivelato, in un'intervista al New York Post, di essere portatrice del gene che può aumentare i rischi di tumore al seno e alle ovaie, citando pericolosi e drammatici precedenti nella sua famiglia.
Lea Pericoli, smash giusto per combattere il cancro
Nel 1973 fu la prima testimonial nella lotta al male
