Un cantiere ha «bloccato» la folle corsa dei vigili del fuoco per spegnere il rogo dell’aeroporto. Giovedì notte la grande autobotte con il cannone ad acqua capace di sparare decine di litri al secondo di schiumogeno si è trovato un cancello a sbarrare la strada che porta al lato «air side» del terminal 3. I quaranta minuti di ritardo nell’accendere gli idranti dal momento dell’allarme, trapela da fonti giudiziarie, non sarebbero dovuti a negligenza dei vigili del fuoco. Quanto piuttosto ad ostacoli presenti sul campo. Le recinzioni del cantiere del nuovo molo internazionale, pare, avessero ristretto in parte la strada che corre lungo il terminal 3 dal «lato pista». Nessun problema per i bus che accompagnano i passeggeri agli aerei posti nelle piazzole più lontane dalle aerostazioni. Nessun problema anche per le auto di servizio dello scalo. Lo spazio rimasto è sufficiente. Non però per i mezzi dei vigili del fuoco. I «new jersey» a strisce bianche e rosse verticali con i quali è stato delimitato il cantiere, come dimostrano le fotografie scattate con i telefoni cellulari dagli stessi pompieri, hanno tagliato via una fetta della strada. «I vigili del fuoco - raccontano gli operai dell’handling che erano in servizio quella sera- hanno dovuto rompere il cancello, rimuovere delle strutture che impedivano il passaggio dell’autobotte gigante con i cannoni ad acqua». Non un mostro per l’aeroporto. È infatti uno dei «mezzi d’ordinanza» che si usano in ogni scalo per smorzare jet in fiamme. La potenza del getto è tale da soffocare il fuoco alimentato da migliaia di litri di cherosene che potrebbero bruciare assieme ad un velivolo finito fuori pista. Il «mostro» dovrebbe potersi muoversi agevolmente in ogni angolo dello scalo, perché non si sa mai dove potrebbe accadere un incidente e neppure dove potrebbe scoppiare un incendio. È il piano di sicurezza a dover sovrintendere che, in caso di disastro, i soccorsi possano raggiungere tutti gli spazi all’interno del sedime. Tanto più le aerostazioni dove sostano i viaggiatori e dove lavorano migliaia di impiegati, operai, poliziotti, carabinieri, finanzieri. La fortuna ha voluto che l’incendio del 7 aprile sia scoppiato due minuti dopo la mezzanotte quando il Leonardo da Vinci è semideserto. Nella sala transiti del terminal 3 non c’erano passeggeri ma solo una ventina di operatori aeroportuali. Sono riusciti a mettersi in salvo. La metà è rimasta intossicata dal fumo ma è bastata qualche ora al pronto soccorso per riprendersi. Il destino ha invece fatto sì che il rogo sia divampato in quel tratto della sala transiti più vicino al cantiere del nuovo molo. La cabina elettrica dove si è verificato il cortocircuito che ha scatenato l’incendio si trova sulla parete della sala che «guarda» il cantiere. Nei pressi della strettoia che non avrebbe dovuto esserci. I vigili del fuoco vedendo che lì erano le fiamme più violente e che, sempre da lì, si stavano propagando verso il molo B, quello inaugurato nel 1998 e riservato in gran parte ai voli europei, in quella strettoia dovevano far passare l’autobotte-mostro. Per metterla davanti alla sala transiti dove c’era l’inferno e spruzzare lo schiumogeno. Hanno trovato il cancello del cantiere a sbarrare il passo e così hanno dovuto abbatterlo. Per poi manovrare il cannone ad acqua e gli altri mezzi fino alle 7 del mattino per spegnere il fuoco. Riuscendo comunque a salvare dal rogo il molo B e limitando i danni all’area transiti.
Un cantiere ha ostacolato i soccorsi
I pompieri costretti a rompere un cancello: bloccava l’autobotte gigante «Dovevamo portare il cannone ad acqua di fronte al terminal in fiamme»
