Due pizze e due birre: 13 euro. In nero. Il conto è servito ai centri sociali La Torre, a Montesacro, e Corto Circuito, in zona Palmiro Togliatti, locali convertiti in ristoranti che sedurrebbero persino le forchette più esigenti. La location potrebbe trarre in inganno, gli spazi infatti non rinnegano le origini di luoghi occupati per rivendicare diritti ed equità sociale, ma oggi, di quelle lotte e di quegli anni tumultuosi è rimasto ben poco. La Torre e il Corto Circuito sono ormai noti ai più per cene, aperitivi e concerti. Le cucine sono aperte tutti i giorni, a pranzo e cena, con tanto di pubblicità on line. Piccolo particolare: all’ingresso non viene richiesta la sottoscrizione di alcuna tessera associativa, mentre a fine pasto non viene rilasciato lo scontrino. Il conto viene servito su un pezzo di carta, si accettano contanti e zero fatture. Entrambi i centri sociali, ricordiamo, figurano nell’elenco consegnato alla Procura di Roma che sta facendo luce sullo scandalo delle cosiddette Concessioni comunali, spazi pubblici assegnati ad associazioni senza che però negli anni venisse formalizzata una regolare concessione, e quindi anche un canone di affitto. Stando ai dati raccolti dal dipartimento Patrimonio, l’immobile di via Bertero (ufficialmente intestato all’associazione La Locomotiva) risulta «non regolarizzato» ragion per cui si chiede «il rilascio e il pagamento degli arretrati». Online il centro La Torre si pubblicizza come «un collettivo politico, un gruppo di compagne e di compagni, che attraverso la pratica dell’autogestione sperimentano nuove percorsi di vita, socialità e lotta», mentre all’interno, al Bioristoro, lo spirito dell’occupazione ha lasciato posto al business. Stesso discorso per l’associazione Corto Circuito, centro sociale «non regolarizzato, diffidato al rilascio e al pagamento», nato in via Filippo Serafini 57 nell’ex scuola media statale Donatelli, dove i vigili del Tuscolano già la scorsa estate avevano sequestrato l’Osteria e la scuola popolare contestando abusi edilizi. Qui l’aperitivo - birra, pizza e patatine - ci è costato 8 euro, sempre in nero. Ora, mentre sul piano normativo esiste la possibilità per un’associazione culturale o ricreativa no-profit di somministrare alimenti o bevande a favore dei soci, è evidente che ai fini fiscali l’associazione no-profit è da considerarsi di natura non commerciale. Insomma, queste due realtà potrebbero anche non fare scontrini, purché il bilancio di fine anno si chiuda a zero, senza residui attivi o passivi. Non meno importante, l’attività di somministrazione di cibo o bevande non deve essere continuativa e pubblicizzata, deve quindi considerarsi saltuaria e non consolidata. Le anomalie, perciò, diventano almeno due: innanzitutto, possono questi centri aprirsi al pubblico senza che sia obbligatoria la sottoscrizione di una tessera associativa? Esercitando in modo continuativo il servizio di ristorazione, con tanto di pubblicità su internet, sono ancora da ritenersi a scopo culturale o invece commerciale?
Pizza, birra, vino e zuppa popolare. L’abuso è servito «a canone zero»
Ecco altri due bistrot negli immobili comunali occupati LEGGI ANCHE E quando monta il giro d'affari spunta la Coop
