Come fa una piccola agenzia di viaggi, gestita nella Capitale da un cittadino indiano, a fatturare in un anno la strabiliante cifra di quasi tre milioni di euro ai tempi di Internet e dei voli prenotati on line? È partita da questa semplice domanda l’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio davanti al giudice monocratico di Roma di cinque persone, accusate di aver organizzato e promosso una vera e propria tratta di migranti extracomunitari provenienti dal subcontinente indiano e fatti entrare illegalmente nel nostro Paese. Gli imputati nel processo in corso sono un indiano, due bengalesi e due italiani, questi ultimi accusati anche di estorsione aggravata e di aver minacciato di morte e con delle mazze da baseball due dei tanti cittadini stranieri che sarebbero stati fatti approdare in Italia grazie a permessi di lavoro contraffatti. I casi di ingresso illegale nel territorio italiano contestati ai cinque imputati dal pm Mario Pesci nell’udienza di giovedì scorso riguardano otto migranti, ma in fase di indagini la Procura di Roma ha verificato che l’agenzia di viaggi da cui tutta l’inchiesta è scaturita ha gestito l’arrivo nel nostro Paese di decine di migliaia di stranieri. Al punto che alla stessa Procura è pervenuta da fonti ufficiali indiane una lettera di protesta contro il trattamento riservato al titolare, lodato nella missiva per aver aiutato moltissimi concittadini a trovare casa e lavoro in Italia nel corso degli anni. L’indagine potrebbe ancora riservare ulteriori sviluppi, mentre i fatti contestati riguardano il 2008. Tutto è cominciato quasi per caso, dopo che le forze dell’ordine sono intervenute per sedare una rissa scoppiata proprio all’interno della piccola agenzia. Il titolare, mentre veniva ascoltato per cercare di ricostruire con il suo aiuto circostanze e motivi all’origine dell’episodio, si è lasciato sfuggire il dato sul gigantesco volume d’affari della sua attività. Una volta appurato che alla famiglia, rimasta in patria, l’uomo inviava 300 euro al mese, il dubbio è sbocciato spontaneo: dove andavano a finire, e da dove provenivano, tutti gli altri soldi fatturati dalla piccola attività? Secondo quanto appurato finora, ai migranti in arrivo dal subcontinente veniva fornito una sorta di pacchetto «tutto compreso» (viaggio, lavoro e permesso di soggiorno). Tutti e cinque gli imputati sono accusati di aver favorito l’ingresso illegale nel nostro Stato dei cittadini extracomunitari producendo allo Sportello Unico dell’Immigrazione dei nulla osta di lavoro contraffatti, ovviamente «al fine di trarne un profitto» come scritto nel capo di imputazione. Tanto è vero che, in almeno due casi, le indagini hanno appurato anche l'estorsione: gli italiani avrebbero minacciato pesantemente i malcapitati migranti per farsi consegnare del denaro, ovvero il prezzo da pagare necessariamente per vedersi consegnare il permesso di lavoro.
Scoperta la tratta degli indiani
Con i permessi di soggiorno falsi hanno guadagnato 3 milioni di euro