Roma Capitale

Il rampollo dei Fasciani arrestato in Russia

Catturato dall’Interpol. A San Pietroburgo era conosciuto come il miglior pizzaiolo

L’hanno arrestato mentre preparava le pizze in un ristorante di San Pietroburgo. Aveva le mani sporche di farina quando gli agenti dell’Interpool russa, su mandato dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, hanno messo le manette ai polsi di Nicola Di Mauro, uno dei capi del clan Fasciani di Ostia. La notizia ha suscitato grande clamore sulla stampa locale: «Cosa Nostra a San Pietroburgo», è uno dei titoli apparsi sul giornale. In realtà, Di Mauro è accusato di essere un esponente della «mafia romana», non di quella siciliana. Ma i russi, evidentemente, non conoscono tutte queste declinazioni. Così come non è previsto il reato di mafia in Russia. Ragion per cui sarà difficile per la Procura di Roma ottenere l’estradizione in Italia. Per i sanpietroburghesi era il pizzaiolo più bravo della città. A Ostia, invece, è conosciuto come «Nico», il rampollo del boss Carmine Fasciani, prima semplice cameriere e poi direttore del «Faber Village». Di Mauro, 34 anni, è l’unico scampato al blitz della Guardia di finanza di Roma, che il 4 marzo 2014 ha portato all’arresto di 15 persone affiliate al clan Fasciani. Sono tutti a processo (tranne Di Mauro, la cui posizione è stata stralciata perché latitante) con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al controllo di stabilimenti balneari, ristoranti, bar e negozi sul litorale laziale. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Simonetta D'Alessandro, su richiesta del procuratore capo Giuseppe Pignatone, dell'aggiunto Michele Prestipino e del sostituto Ilaria Calò, c’era anche il nome di Nicola di Mauro. Quando i finanzieri hanno eseguito le misure cautelari nell’operazione «Tramonto», non sono riusciti a trovare Di Mauro. Dopo lunghe ricerche investigative, si è scoperto che era in Russia, a San Pietroburgo. La procura di Roma ha quindi chiesto la collaborazione dell’Interpool per eseguire l’arresto. Mercoledì scorso, alle 10 del mattino, due agenti in abiti civili sono entrati nella pizzeria del centro commerciale «Raduga» e hanno sorpreso Di Mauro mentre preparava la farcitura per le pizza. Un poliziotto gli ha sfilato il coltello dalle mani, mentre l’altro ha cercato di calmarlo. Il braccio destro di Fasciani sembra gli abbia detto: «Risolvo il problema in Italia e torno qui a farvi una buona pizza». In queste ore i giudici russi stanno decidendo se trattenerlo in carcere ed entro un mese dovranno valutare se concedere o meno l’estradizione. Negli ultimi 10 anni gli estradati in Italia dalla Russia sono stati solo tre. Non essendo previsto nel codice penale russo il reato di mafia, la procura di San Pietroburgo ha contestato a Di Mauro la partecipazione a un’organizzazione crimale. Una diversa accezione rispetto al 416 bis. Il 10 marzo la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dalla difesa di Di Mauro e ha annullato senza rinvio l’ordinanza del Tribunale della libertà di Roma che confermava il provvedimento cautelare del gip. Ora i giudici del Riesame si dovranno nuovamente pronunciare. «L’estradizione richiesta è difficilmente concepibile - commenta l’avvocato Daniele Francesco Lelli - non solo alla luce della recente sentenza della Suprema Corte, ma anche e soprattutto perché in Russia non è previsto il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Quindi mancherebbe il fondamentale requisito della reciprocità. Preciso poi che il mio assistito non è scappato, si trovava già da circa 6 mesi in Russia per lavoro».

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