Roma Capitale

Cosa nostra, camorra e mafie A Roma c’è posto per tutti

Vincenzo Imperitura Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e mafie autoctone: al gran bazar della Capitale hanno trovato posto tutte le consorterie del crimine organizzato che, probabilmente, hanno...

Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e mafie autoctone: al gran bazar della Capitale hanno trovato posto tutte le consorterie del crimine organizzato che, probabilmente, hanno recepito meglio di tutti il grido d’allarme della Dna che, appena una manciata di anni fa, annotava amaramente che «a Roma c’è posto per tutti». E così, negli anni, quella che era rimasta una colonizzazione «marginale» rispetto alle regioni del profondo nord, ha preso sempre più piede fino a ritagliarsi, quasi quotidianamente, uno spazio di tutto rilievo: sia sul versante prettamente criminale, sia su quello dell’inquinamento dell’economia sana della città. Un fenomeno in costante crescita e che riguarda tutto il Lazio, anche se la parte del leone la recita la Capitale. I NUMERI Secondo il rapporto dell’Osservatorio per la sicurezza e la legalità - presentato ieri mattina alla presenza del governatore della Regione Zingaretti e del procuratore aggiunto Michele Prestipino - nel solo territorio della Capitale sono 88 i clan che hanno messo radici. Un numero da brividi se paragonato alle statistiche del 2008 che fissavano in 60 le organizzazioni criminali operanti. In questa Babele la voce grossa è quella della ‘ndrangheta con 35 famiglie pienamente operative; segue a stretto giro il crimine campano che registra 29 clan attivi su Roma e quello legato a Cosa Nostra che avrebbe 16 «famiglie» stabilmente operative. E poi rigurgiti di Sacra Corona unita. Capitolo a parte invece quello relativo alle mafie nate, cresciute, e prosperate all’ombra delle mura Aureliane. Sarebbero infatti almeno 6 le organizzazioni mafiose autoctone: a partire dai Casamonica - il clan di nomadi attivo nel traffico di stupefacenti e nelle estorsioni - fino ai Fasciani (padroni assoluti del litorale di Ostia e condannati, in primo grado, a oltre duecento anni di reclusione in seguito all’operazione «nuova alba» - e al gruppo del «cecato» Massimo Carminati, a capo di una organizzazione ramificata e potentissima che era in grado di muoversi sia nell’ambiente criminale, sia in quello delle stanze del potere capitolino. I CAMPI D’INTERESSE Estorsioni, appalti, usura, intestazioni fittizie per riciclare denaro: le mafie attive a Roma utilizzano i canali consueti al crimine organizzato per far girare il denaro (e il potere) ma il settore più redditizio resta quello del traffico di stupefacenti. Roma risulta essere tra le prime città in Europa per consumo di cocaina: un business milionario su cui le mafie hanno messo radici, stringendo accordi anche con organizzazioni straniere - albanesi principalmente, che si occupano del lavoro di manovalanza e di importazione della merce - e con i nuovi poveri della città, convinti con pochi spiccioli a diventare «custodi» temporanei della merce. Secondo il rapporto presentato ieri, «tra il 2012 e il 2014 sono 8.586» gli individui finiti sotto inchiesta per reati che riguardano le droghe. Un numero abnorme che fa il paio con gli oltre 800 finiti nella rete dell’antimafia per associazione mafiosa. I SEQUESTRI Ammonta a oltre un miliardo di euro il valore di beni posto sotto sequestro dalle forze dell’ordine nel 2014. Un emorragia di denaro che ha visto sigilli a 849 beni immobili, 593 beni mobili e 339 aziende. Numeri che pongono Roma al terzo posto nella classifica dei sequestri. La situazione «migliora» se i dati presi a confronto sono quelli che riguardano il Lazio che, rispetto alla roccaforti del crimine organizzato per quanto riguarda i sequestri, si pone al sesto posto su scala nazionale. Senza dimenticare le quasi 10 mila segnalazioni di operazioni bancarie sospette che mettono il Lazio sul secondo gradino, appena un passo dietro la Lombardia. LA PROCURA «Dobbiamo prendere atto di quanto troppo ci sia da fare - ha detto il procuratore aggiunto Michele Prestipino - e il mio invito pressante e accorato è che non c’è molto tempo per farlo. Il negazionismo è una cosa terribile, produce effetti devastanti ma il riduzionismo è un pericolo ancora più grave, che può produrre effetti più devastanti perché è un pericolo ancora più insidioso, in quanto non nega il fenomeno ma lo sminuisce fino a scioglierlo nel tutto, per cui tutto diventa lindo, impalpabile e quindi inesistente».

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