Roma Capitale

Rapine di famiglia. Padre, figlia e zia in manette

Una studentessa di diciotto anni, il padre e la zia. Una giornata trascorsa in famiglia e terminata nelle aule del tribunale penale di piazzale Clodio, dove l'arresto nei loro confronti è stato...

Una studentessa di diciotto anni, il padre e la zia. Una giornata trascorsa in famiglia e terminata nelle aule del tribunale penale di piazzale Clodio, dove l'arresto nei loro confronti è stato convalidato. Agli occhi dei negozianti truffati infatti, i tre imputati apparivano come un'allegra famiglia che trascorreva una giornata dedicandosi allo shopping. In realtà era solo un trucco escogitato per rubare vestiti e bigiotteria passando proprio sotto il naso dei commercianti. Alla fine però, il terzo colpo, la terza messa in scena, non è andata come speravano e così i tre ladri, accusati di furto e rapina, sono stati arrestati. Si tratta di tre italiani incensurati. La loro fedina penale è immacolata. Il padre lavora nell'edilizia, sua cognata è impiegata come badante e la ragazza frequenta l'ultimo anno della scuola superiore. Seppur non avvezzi al crimine, i tre parenti, alla fine della giornata avevano raccolto un bottino discreto: bigiotteria, magliette, pantaloni e indumenti vari dal valore complessivo di ottocento euro. La tecnica, secondo gli inquirenti, era sempre la stessa. Gli imputati entravano normalmente in un negozio, sempre in zona Tuscolana e, come si è soliti fare, provavano abiti e accessori. Successivamente staccavano l'etichetta antitaccheggio dalla merce e, nascondendola, si allontanavano disinvoltamente, sorridendo e scherzando. I primi due colpi erano andati a buon fine, nessuno si era accorto del loro trucco e quindi la famiglia di taccheggiatori aveva deciso di continuare mettendo a segno un'altra recita. I tre erano quindi entrati all'Oviesse di via Tuscolana. Con il solito stratagemma avevano preso diversi abiti ma, giunti vicino alle casse, erano stati fermati dal direttore del negozio. Ne era nata una discussione. La famiglia aveva affermato di essersi accorta di non avere i soldi per pagare e di volere lasciare la merce vicino la cassa, il direttore invece sosteneva di avere sventato un tentativo di furto. Il diverbio si era trasformato presto in una lieve colluttazione e il direttore era finito in ospedale dove gli erano stati diagnosticati tre giorni di prognosi. All'arrivo degli agenti, il furto era stato qualificato in rapina, a causa della violenza utilizzata, e così i familiari erano stati arrestati, tutti insieme appassionatamente. «I fatti sono andati diversamente da quelli rappresentati in denuncia- ha dichiarato Andrea Collispoti, legale della famiglia- il processo ci darà la possibilità di chiarire diversi elementi»

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