Sconti, sconti e ancora sconti. Prezzi ridotti all’osso negli outlet e nei temporary store che popolano ogni angolo di strada. Ma non è davvero tutto oro quello che luccica. A scavare bene, dietro la pubblicità dei prezzi bassi, non si sa che tipo di merce venga venduta (di stagione, fuori stagione, fallata?), quanto sia davvero lo sconto effettuato e, soprattutto, questi negozi non rispettano tutte le norme in vigore a tutela del consumatore. Partiamo da un presupposto: attualmente non esiste una normativa che contempli la fattispecie degli outlet e dei temporary store. Il che significa che per queste due forme di commercio vige una sorta di libertà assoluta quanto a merce venduta, trasparenza dei prezzi e perfino chiusura e apertura dei locali. Rispetto a due anni fa le associazioni dei commercianti calcolano che nella Capitale i temporary siano più che raddoppiati e gli outlet addirittura triplicati, complice la crisi. OUTLET Nati inizialmente come meri spacci aziendali, localizzati nelle vicinanze delle aziende produttrici, oggi la loro funzione commerciale è cambiata, spesso a svantaggio della trasparenza nei confronti del consumatore. Federazione Moda Italia Lazio, che aderisce alla Confcommercio, parla di decine di migliaia di outlet «fai da te» che sono nati parallelamente ai grandi e noti outlet della Capitale come Valmontone, e che come unica filosofia inseguono quella del prezzo ribassato. Sui capi in vendita, tuttavia, non esiste traccia di prezzi di partenza né di percentuale di sconto, come invece stabilisce la norma regionale che regola le vendite straordinarie per gli altri negozi. Dunque nessuno può assicurare che il prezzo di vendita finale del prodotto outlet sia davvero un’occasione. Per di più l’esercente, dietro l’escamotage di vendere prodotti outlet, manca di comunicare all’amministrazione municipale che sta effettuando una vendita sottocosto (e quindi non è passibile degli ordinari controlli), non ha vincoli di pubblicità, può fare promozioni quando vuole e addirittura praticare i saldi dei prodotti già ribassati senza adempiere a nessuna delle regole in vigore nel periodo degli sconti. Quanto alla merce in vendita negli esercizi con il marchio outlet, il perché costi così poco è spesso giustificato dall’esercente come «merce della scorsa stagione» o «merce fallata» o ancora «rimanenze di magazzino». Ma ancora una volta, non esistendo una normativa che regoli la materia, il tutto è rimesso alla buona fede dell’esercente e non è contestabile dal consumatore perché non esiste una regola valida per tutti. TEMPORARY STORE A via Ugo Ojetti, quartiere Talenti, c’è un temporary molto grande che nell’insegna riporta anche la scritta «outlet». Dunque, è un outlet o un temporary? Certo è che vende prodotti super scontati e in teoria, in quanto temporary, dovrebbe farlo per un tempo limitato. Ma non accade quasi mai. Ci sono temporary, come quello di via Boccea, che dopo i tre mesi di apertu. Rimborsira pubblicizzata è rimasto con le saracinesche alzate per oltre un anno e mezzo. E di casi come questi ce ne sono decine a Roma. Del resto non si rischia alcuna sanzione, visto che non esiste una normativa di riferimento. Ancora più grave, tuttavia, è l’impunità per chi gestisce un temporary store e vende un capo fallato. Secondo il Codice del Consumo, infatti, in caso di beni difettosi il consumatore può chiedere la riparazione del danno entro due anni dalla vendita. Va da sé che un negozio che chiude prima non può garantire proprio nulla. Tradotto, pubblicizzare merce scontata per un lasso di tempo ridotto allo scopo di accelerare le vendite, potrebbe rivelarsi soltanto un bluff a zero rischio sanzione.
Temporary store e outlet. Svendite selvagge
Negozi a tempo e spacci senza regole: saldi fuori stagione, niente orari, poca trasparenza
