Roma contro Roma. Centro contro periferia. La revisione delle rendite catastali ha fatto scoppiare una guerra in città. Una pioggia di ricorsi sta per abbattersi sulla Commissione tributaria provinciale. I proprietari dei 175 mila immobili e locali commerciali situati nel cuore della Capitale, a cui è stata modificata la categoria di appartenenza, non ci stanno a subire un trattamento diverso e penalizzante rispetto gli altri. La revisione equivale infatti a un vertiginoso incremento delle imposte sugli immobili, che in alcuni casi tocca quota +100%. Cambiando la classificazione, cambia anche la base imponibile e, di conseguenza, aumentano Imu, Irpef, imposte ipotecarie e sui registri. Per questo motivo, molti dei proprietari coinvolti hanno deciso di impugnare gli avvisi di accertamento recapitati dall'Agenzia delle entrate, invocando l'incostituzionalità della legge che ha dato il via alla revisione e grazie alla quale il Campidoglio conta di incassare un extragettito sull'Imu pari a 116,2 milioni di euro. Tutto ha inizio 10 anni fa. La legge n.311 del 30 dicembre 2004 prevedeva la facoltà per i comuni di richiedere la revisione parziale del classamento degli immobili urbani situati nelle zone con una differenza significativa tra «il valore medio di mercato e il corrispondente valore medio catastale«. Lo scopo era appunto aggiornare le rendite di abitazioni di pregio ancora classificate come popolari. La delibera approvata dall'Assemblea capitolina l'11 ottobre 2010 ha incaricato l'Agenzia del territorio di procedere con la revisione «tenendo conto delle variazioni delle caratteristiche intrinseche ed estrinseche degli immobili e del mutato contesto urbano». Limitando, però, l'ambito d'azione a 17 microzone: centro storico, Aventino, Trastevere, Borgo, Prati, Flaminio I e II, XX Settembre, Monti, San Saba, Testaccio, Gianicolo, Delle Vittorie-Trionfale, Parioli, Salario-Trieste, Esquilino e Ville dell'Appia. Sulla base di questa delibera del 2010 stanno arrivando, soltanto in queste settimane, gli avvisi che accertano le nuove rendite e che comportano - anche se non è specificato - imposte più alte da pagare. Per esempio, si passa da 839,24 a 1.342,79 euro per un immobile situato in via Ufente, nel quartiere Trieste. E da una rendita di 3.563,55 euro a 7.604,83 per una palazzina in via Uffici del Vicario, a due passi da Montecitorio. In entrambi i casi, le motivazioni alla base della revisione sono le stesse: «è stata riscontrata una consistente rivalutazione del patrimonio immobiliare e della connessa redditività, riconducibile a interventi di riqualificazione urbana ed edilizia». «Questi atti vanno annullati innanzitutto per un difetto di motivazione - spiega Giovanni Puoti, professore di diritto tributario alla Sapienza - La riqualificazione urbana dovrebbe tradursi in interventi concreti, che non sempre e non ovunque ci sono stati. E poi c'è il problema dell'incostituzionalità della legge del 2004. Si è determinato una disparità di trattamento: perché chi possiede una casa a Testaccio deve subire un aumento delle imposte e chi ce l'ha all'Eur no? A questo si somma la violazione dell'articolo 53 della Costituzione: in piena crisi economica, con un mercato immobiliare fermo, è stata raddoppiata la capacità contributiva di alcuni cittadini». Solo allo studio del professor Puoti sono arrivate finora 60 richieste di ricorso. Dalla notifica dell'accertamento ci sono 60 giorni di tempo per impugnarlo davanti al giudice tributario. Mentre per impugnare la delibera comunale bisogna rivolgersi al Tar. In questo secondo caso si può agire con una class action.
Rendite catastali, raffica di ricorsi
I proprietari di casa impugnano le revisioni davanti a giudice tributario e Tar
