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Caffarella: «Loyos non si inventò le percosse»

Racz e Loyos

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«Loyos non si inventò le percosse». E quindi doveva essere scarcerato. Questa la motivazione del Riesame che il 27 marzo scorso ha rimesso in libertà Alexandru Izstoika Loyos, il romeno accusato di aver calunniato gli agenti della polizia romena che lo hanno interrogato durante le indagini sullo stupro della Caffarella. Per i giudici della Libertà ci sarebbero addirittura le prove dei colpi inferti dagli investigatori stranieri. La Corte in 12 pagine ha infatti motivato la decisione di far uscire dal carcere lo straniero scagionato dall'accusa di violenza sessuale. L'accusa di calunnia secondo il Riesame è infondata, poiché Loyos «ha riferito di essere stato sottoposto a percosse e non a un vero e proprio "pestaggio" - hanno scritto i giudici - sia perché, comunque, di qualche "traccia" corporea sul predetto, seppur lieve, si è dato fondamentalmente atto (davanti al gip Loyos si è alzato la maglietta indicando un punto dolente sul torace dove è stato notato "un rossore cutaneo sotto l'ascella" definito dal giudice "insignificante"; sul referto medico d'ingresso al carcere si è evidenziata una "lieve escoriazione all'orecchio sinistro"), sia perché, aderendo in astratto alla prospettazione dell'indagato, ben difficilmente gli agenti, in previsione dell'imminente interrogatorio da parte del pm, avrebbero "consegnato" al magistrato un indagato recante palesi segni di violenza sul suo corpo». Insomma, in base a quanto scritto dal Riesame, il romeno non si è trincerato dietro accuse generiche e confuse, «ma ha illustrato in modo sufficientemente articolato le specifiche modalità con le quali sarebbe stato sottoposto a "pressione" dagli investigatori romeni per ottenere la sua confessione».

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