Bisignani: Libia, occasione per l'Italia. Ora Trump chiama Roma
Mayday, mayday... Washington chiama Roma. La partita sulla Libia torna italiana. L'sos americano al governo Meloni, per una volta, sembra una richiesta d'aiuto e non la comunicazione di decisioni già prese. È questo il dato politico interessante: non è più soltanto Roma a ripetere che la Libia è strategica. Adesso è Washington a riconoscere che, per provare a rimetterla insieme, dell'Italia potrebbe esserci bisogno. Per Donald Trump la Libia può rappresentare anche un'altra partita. Dopo mesi di guerre e instabilità in Medio Oriente, il fronte nordafricano potrebbe offrire alla Casa Bianca l'occasione di trasformare l'iniziativa diplomatica in un risultato visibile. A guidare la missione americana c'è Massad Boulos, consigliere speciale di Trump per gli affari arabi e africani, che da mesi segue direttamente il dossier libico e cerca di favorire un avvicinamento tra i protagonisti dell'Est e dell'Ovest del Paese, da Khalifa Haftar ad Abdul Hamid Dbeibah. La Libia ha, del resto, molte ragioni per attirare l'attenzione delle grandi potenze: petrolio, posizione strategica, migrazioni. Un segnale concreto è arrivato lo scorso aprile: il comando americano per l'Africa, Africom, ha scelto la regione strategica di Sirte per l'esercitazione Flintlock 2026. L'Italia, con la benedizione del ministro Guido Crosetto, vi ha avuto un ruolo di primo piano. Per la prima volta hanno operato insieme le forze libiche occidentali e orientali: un passo verso l'unificazione delle istituzioni militari e il contrasto alle minacce jihadiste nel Sahel.
Poi è arrivata la diplomazia. Il 29 giugno Saddam Haftar, vicecomandante dell'Esercito nazionale libico, è stato ricevuto a Washington dal segretario di Stato Marco Rubio. Il giorno successivo, nei colloqui americani sul dossier libico, è comparso anche Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Giorgia Meloni. Al centro degli incontri, il sostegno al processo di riunificazione delle istituzioni politiche, economiche e militari libiche. Roma dispone di una delle reti di interlocuzione più articolate nel Paese. Parla con Tripoli e Bengasi, mantiene rapporti con i diversi protagonisti politici e della sicurezza. A tenerla viva contribuisce il lavoro dei nostri apparati, a cominciare dal direttore dell'Aise Giovanni Caravelli, profondo conoscitore dei dossier libici. In Libia non basta sapere chi occupa una determinata carica: attorno ai principali protagonisti si muove una costellazione di politici, militari, imprenditori e referenti locali senza la quale è impossibile capire davvero cosa accade nel Paese. Per anni abbiamo spiegato al mondo che l'Italia possiede una "centralità" naturale in Libia: geografia, storia, energia, immigrazione. Tutto vero. Ma mentre noi la rivendicavamo, altri cercavano spazio: la Turchia ha costruito una presenza politica e militare; la Russia ha consolidato la propria proiezione in terra libica e nel Nord Africa; la Francia ha continuato a considerare la Libia una pedina della propria partita mediterranea. In questi giorni, dopo oltre quindici anni, sono ripresi i voli diretti tra Parigi e Bengasi: non è soltanto una rotta aerea che riapre, ma un segnale di avvicinamento politico di Parigi all'Est libico.
La partita si gioca anche sul terreno economico. Dall'8 all'11 novembre, alla Libya Construction Expo di Tripoli, l'Italia porterà per la prima volta una collettiva ufficiale delle proprie imprese, organizzata dall'Ice. Resto il nodo migratorio. Matteo Piantedosi, dal Viminale, è impegnato nella gestione dei flussi e nella cooperazione con le autorità libiche. Per questo migrazione, energia, sicurezza e ricostruzione non possono più essere trattate come dossier separati. Sono parti della stessa politica mediterranea. Per Giorgia Meloni e Antonio Tajani, la richiesta americana può diventare un'occasione per recuperare spazio internazionale e maggior peso negoziale con i partner europei, anche attraverso il rapporto con Boulos. Gli americani sono tornati in campo e chiedono agli europei, soprattutto all'Italia, di giocare la partita al loro fianco. Questa volta, almeno, la porta sembra aperta. Sarebbe molto italiano scoprire proprio ora di aver dimenticato le chiavi sul tavolo di un comitato di coordinamento interministeriale.
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