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Scarpinato dimettiti. Il grillino attacca Il Tempo ma il suo racconto è smentito dall'inchiesta di Caltanissetta

Foto: Lapresse

Gaetano Mineo
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Roberto Scarpinato decide di replicare. A modo suo. Il senatore del Movimento 5 Stelle, già procuratore generale, sceglie di intervenire sul dossier mafia-appalti. L’ex pm, che non è indagato, siede anche nella Commissione Antimafia che di quella vicenda si è occupata e si continua ad occupare con attenzione minuziosa. Dopo tre giorni di inchieste de Il Tempo, ha trasmesso una nota articolata, con la quale contesta alcune delle ricostruzioni pubblicate. Il primo elemento è una nostra precisazione. Riguarda chi abbia richiesto l’audizione del procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio, davanti alla Commissione antimafia. Scarpinato attribuisce quell’iniziativa ai partiti di centrodestra. Sappiamo, invece, che fonti accreditate, indicano che la richiesta formale fu presentata dal Movimento 5 Stelle. Non è un dettaglio che muta il contenuto delle dichiarazioni rese da Patronaggio, ma incrina la cornice politica dentro cui Scarpinato inscrive la vicenda e segnala come già sul piano procedurale la narrazione non coincida esattamente con i fatti.

 

 

Il nucleo della questione resta però la riunione del 14 luglio 1992 alla Procura di Palermo, cinque giorni prima della strage di Via D’Amelio. Scarpinato sostiene che quasi tutti i magistrati erano presenti, che nessuno ha mai affermato che l’archiviazione del procedimento mafia-appalti non fu discussa, e che definire «fake news» l’ipotesi contraria è, secondo lui, pienamente giustificato. La ricostruzione della Procura di Caltanissetta, tuttavia, è di segno opposto. Il documento firmato dal procuratore Salvatore De Luca colloca la riunione del 14 luglio come passaggio decisivo nella sequenza che precede la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Il punto centrale è uno solo: la richiesta di archiviazione dell’inchiesta mafia-appalti, firmata il 13 luglio 1992 da Lo Forte e Pignatone, non fu comunicata a Borsellino. Il testo lo afferma senza ambiguità: i sostituti procuratori «ci parlano di una riunione in cui il Giudice Borsellino chiede al Dottore Lo Forte gli approfondimenti e il Dottore Lo Forte gli nasconde che il 13 aveva firmato un’archiviazione». La parola «nascosta» compare nel documento in modo esplicito, senza attenuazioni. La Procura nissena fonda questa affermazione sulle audizioni desecretate del Csm e sulle testimonianze raccolte nel processo sul depistaggio, sottolineando che la mancata comunicazione non fu un incidente, ma una scelta. In questo quadro si inserisce la frase attribuita ad Antonio Ingroia: «Paolo Borsellino, uscendo da quella riunione, fa: "voi non me la raccontate giusta"». Per i magistrati di Caltanissetta quella frase è la spia di una percezione immediata - da parte di Borsellino - di un’informazione trattenuta, di un quadro che non gli veniva mostrato nella sua interezza. Su questo si misura la distanza tra le due versioni: da un lato una discussione descritta come trasparente e condivisa, dall’altro la rappresentazione di un’informazione deliberatamente non trasmessa.

 

 

Altra riflessione. Se, come sostiene il senatore del partito di Giuseppe Conte – e non invece la Procura di Caltanissetta - che Borsellino sia stato informato dell’archiviazione, resta da capire con la telefonata del 17 luglio di Giammanco a Borsellino quale parte residua dell’inchiesta mafia-appalti gli si voleva affidare a Borsellino dato che il cuore dell’inchiesta era già stato seppellito tre giorni prima, il 13 luglio, da Lo Forte e Pignatone? Infine. Un punto saliente. Patronaggio, ascoltato dal Csm il 31 luglio ’92, si legge nelle carte dell’inchiesta di Caltanissetta, riferisce sull’incontro del 14 luglio, senza far menzione della richiesta di archiviazione del dossier mafia e appalti. Poi, ascoltato il 29 novembre 2023, racconta invece di tale circostanza. Scrivono gli inquirenti nisseni: «È quantomeno singolare che il dottore Patronaggio, che in occasione della sua audizione del 1992 non aveva fatto cenno alla richiesta di archiviazione, ricordi improvvisamente la circostanza solo nel 2023, soprattutto se si considera che, come dallo stesso evidenziato, dopo "trentuno anni" appare difficile che il ricordo di circostanze così puntuali sia più solido di quello che si aveva a distanza di due settimane dai fatti».

 

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