Il dossier "mafia-appalti" che Falcone e Borsellino non dovevano aprire. E i tentativi di insabbiarlo
C’è un filo rosso, invisibile, che lega il tritolo di via D’Amelio ai grandi uffici tecnici dei comuni siciliani, alle scrivanie dei manager dei colossi industriali del Nord e alle stanze ovattate dei palazzi romani. Non è solo un’ipotesi investigativa, ma il cuore pulsante di una ricostruzione attenta e dettagliata firmata dal procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca e che scava nelle ferite mai rimarginate del 1992. La Procura nissena mette nero su bianco una verità scomoda: la causale delle stragi non fu solo la vendetta contro il Maxiprocesso, ma la necessità di fermare un’indagine che stava per scoperchiare la «centrale unica» del malaffare. Tutto ruota attorno a quel faldone denominato «mafia-appalti», un’informativa del Ros dei Carabinieri che Giovanni Falcone aveva intuito essere la chiave di volta del nuovo potere mafioso. Un colossale lavoro investigativo redatto dagli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, che è emerso come il grande «convitato di pietra» della stagione delle stragi.
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Quegli stessi ufficiali, che per decenni il sistema giudiziario ha cercato di processare in un infinito paradosso di accuse, teoremi e definitive assoluzioni, avevano tracciato una mappa del potere troppo pericolosa per restare aperta sul tavolo di un magistrato. Era una mappa del potere ibrido tra boss, politici e grandi gruppi come la Sirap e il Gruppo Ferruzzi. Eppure, proprio mentre Paolo Borsellino cercava di stringere il cerchio nei suoi ultimi, frenetici cinquantasette giorni di vita, quel procedimento veniva chiuso nel silenzio degli uffici giudiziari. La richiesta di archiviazione per il filone principale di «mafia-appalti», firmata dai sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, porta la data del 13 luglio 1992. Solo sei giorni dopo, l’esplosione di via D’Amelio avrebbe dilaniato Borsellino e gli agenti della sua scorta. Come riporta lo stesso procuratore De Luca, nella richiesta di archiviazione della pista mafia-appalti perché ancora contro ignoti, la procura di Palermo, allora guidata da Pietro Giammanco, appariva «atomizzata», dove l’inchiesta madre veniva spezzettata in mille rivoli, perdendo la sua visione d’insieme e la sua forza d'urto.
Mentre Borsellino chiedeva con insistenza notizie sul dossier, l'iter per seppellirlo procedeva spedito: l’archiviazione fu infatti accolta definitivamente alla vigilia di Ferragosto dal Gip Sergio La Commare. Lo stesso giudice che, appena quattro mesi dopo, il 23 dicembre, avrebbe firmato l’ordinanza di custodia cautelare per Bruno Contrada. L’inchiesta del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca mette in luce anche le ombre che gravavano su alcuni magistrati palermitani dell'epoca, citando potenziali conflitti di interesse legati a cariche familiari nei settori degli appalti.
Si parla di omissioni, di intercettazioni smagnetizzate e di indagini «apparenti», come quelle sui legami tra i fratelli Buscemi uomini d’onore vicini a Totò Riina e i grandi gruppi industriali, lasciate svanire nel nulla. Attraverso l’analisi dei magistrati nisseni, emerge chiaramente che il dossier «mafia-appalti» rappresentava una minaccia vitale per un sistema di potere che non poteva permettersi la sopravvivenza di Paolo Borsellino. Oggi, il dossier «mafia-appalti» resta lì, a ricordarci che via D’Amelio non fu solo una strage mafiosa, ma l’esecuzione preventiva di chi aveva osato guardare troppo vicino al sole del potere economico-politico.
Una pagina di cronaca che, a oltre trent'anni di distanza, continua a porre domande inquietanti su chi, e perché, decise di fermare la mano di Borsellino prima che toccasse i fili dell’alta finanza mafiosa.
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