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Dall'appoggio a Israele al ddl Zan: Letta ha già scontentato tutti nel Pd

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Carlo Solimene
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Diceva Oscar Wilde che «ci sono due grandi tragedie nella vita. La prima è desiderare ciò che non si può avere... la seconda è ottenerla». Uno dei vari significati dell'aforisma è che ciò che si desidera, una volta raggiunto, finisce col rivelarsi deludente rispetto alle aspettative. È presto per dire se sarà questo il destino del Partito democratico rispetto alla segreteria di Enrico Letta. Ma i presupposti ci sono tutti. Perché sino a quando l'allievo di Beniamino Andreatta se ne stava all'estero, a insegnare politica a Parigi, pontificando sugli accadimenti italiani con l'atteggiamento dell'intellettuale disilluso, erano in tanti tra dirigenti ed elettori Dem a chiedersi «come abbiamo fatto a farci sfuggire uno come Enrico». Dal ritorno a furor di popolo, avvenuto esattamente due mesi fa, l'ex premier ha però incontrato più di una difficoltà e infilato più di un errore. Al punto che in tanti vedono nelle prossime amministrative il suo possibile de profundis. Ipotizzando una parabola rapida e declinante, come già avvenuto a tanti «uomini della provvidenza».

 

 

Si era presentato in maniera fulminante, Enrico Letta, imponendo ai gruppi parlamentari di dotarsi di guide al femminile per rimediare lo sgarbo zingarettiano di una squadra di ministri tutta al maschile. Nobile proposito che, però, gli ha subito inimicato l'area degli ex renziani fedeli al capogruppo dei senatori esautorato, Andrea Marcucci. Non solo, perché nella classica legge del contrappasso ora a Letta viene imputato lo stesso maschilismo per le presunte pressioni su Monica Cirinnà affinché si ritirasse dalle primarie per il sindaco di Roma e lasciasse la vittoria al prescelto - maschio - Roberto Gualtieri. Ma i problemi per il segretario, sotto al Campidoglio, non sono solo di genere. La partita della candidatura romana, infatti, è l'esempio più lampante di come il progetto politico dell'alleanza con i Cinquestelle - lanciato dal predecessore Zingaretti e testardamente perseguito da Letta - sia destinato al fallimento. Così, dopo essersi sobbarcato una serie di incontri con Giuseppe Conte e aver officiato al debutto della nuova corrente di Goffredo Bettini, il buon Enrico è rimasto con un pugno di mosche in mano. La convergenza su Zingaretti non si è verificata, Gualtieri è rimasto in campo con le stimmate del ripiego e al primo turno, oltre che con Virginia Raggi, dovrà vedersela pure con l'attivissimo Carlo Calenda. Insomma, la strada per la ripresa del Campidoglio è in salita. E gli schiaffi presi in altri città - «al ballottaggio non sosterremmo il Pd» ha detto la sindaca di Torino Chiara Appendino - fanno prefigurare tutto fuorché una marcia trionfale. Se si pensa che è proprio alle Amministrative che Letta cerca la legittimazione popolare per prendersi davvero partito, si comprende quanto l'umore del neosegretario possa essere scuro di questi tempi.

 

 

Non finisce qui, perché sempre nei primi sessanta giorni del suo regno Enrico si dovuto intestare pure il diktat ai gruppi parlamentari per far approvare il ddl Zan «così com'è» nonostante le perplessità di un'ampia fetta di onorevoli e ha fatto storcere il naso pure all'ala di sinistra del partito per la partecipazione alla manifestazione pro-Israele del portico d'Ottavia, accanto ai vari Salvini e Tajani. Senza contare che fette più o meno consistenti tra i Dem gli stanno chiedendo di fare una rapida retromarcia sulla legge elettorale, tema sul quale Letta aveva rilanciato il maggioritario proprio mentre la fantomatica alleanza con i grillini perdeva via via concretezza. Un mese intenso e difficoltoso, insomma, nel quale il neosegretario ha provato per lo meno a dare un'identità forte al partito puntando sull'antisalvinismo e giocando a fare il controcanto quotidiano al leader della Lega. Operazione ambiziosa sulla falsariga del ventennale e redditizio antiberlusconismo. Peccato che finora la strategia si sia rivelata lacunosa. Magari perché attaccare un leader che siede nella stessa maggioranza suona un po' paradossale. Così il popolo Dem non si è scaldato più di tanto. In un mese, nella media dei sondaggi realizzata da Youtrend, l'avvento del nuovo segretario ha fruttato appena uno 0.8% in più, dal 18.6 al 19.4. Nello stesso periodo i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni di punti percentuali ne guadagnavano 1.2, arrivando al 18.4% e comparendo minacciosi nello specchietto retrovisore dei Dem. Le prospettive, con l'arrivo di Enrico di Francia, erano decisamente migliori.

 

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