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Il processo

Dodici condanne per le firme false del M5S a Palermo

Riccardo Nuti

L'ex deputato grillino a "Italia 5 Stelle", la festa nazionale che si è svolta a settembre 2016 per la prima volta sul prato del Foro italico di Palermo

Si è concluso con dodici condanne e due assoluzioni il procedimento per la vicenda delle firme false presentate dal Movimento 5 Stelle nel 2012 a sostegno della lista per le elezioni comunali di Palermo. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico della quinta sezione del tribunale del capoluogo siciliano, Salvatore Flaccovio, ha accolto quasi totalmente le richieste della Procura.

Gli ex deputati nazionali grillini Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino sono stati condannati a un anno e 10 mesi, mentre gli ex deputati regionali siciliani (in quota M5S) Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca a un anno di reclusione. Samantha Busalacchi condannata a un anno e 10 mesi, Alice Pantaleone un anno e 10 mesi, Antonio Ferrara un anno e 10 mesi, Stefano Paradiso un anno e 10 mesi. Al cancelliere del Tribunale Giovanni Scarpello e all’avvocato Francesco Menallo sono stati inflitti un anno e 6 mesi di reclusione. Un anno di carcere per Giuseppe Ippolito. Assolti invece «per non aver commesso il fatto» Riccardo Ricciardi e Pietro Salvino. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di falso e violazione della legge regionale sulle consultazioni elettorali.

Secondo la procura di Palermo, nella notte del 3 aprile 2012, durante la campagna elettorale per le amministrative di Palermo, al comitato del Movimento furono ricopiate migliaia di firme per provare a rimediare a un banale errore su un luogo di nascita di un sottoscrittore. Il timore era quello di non riuscire più a raccogliere le firme necessarie per la presentazione delle liste. Tutto sarebbe avvenuto, secondo l’accusa, su input di Riccardo Nuti, che all’epoca era candidato sindaco. Per scongiurare il rischio di non presentare la lista, avrebbero deciso di ricopiare le sottoscrizioni in loro possesso, correggendo il vizio. Il cancelliere avrebbe dichiarato falsamente che le firme erano state apposte in sua presenza. Claudia La Rocca è stata tra le prime ad ammettere che, dopo essersi accorti del vizio nei dati anagrafici di uno dei sottoscrittori, si decise di ricopiare le firme raccolte per evitare, visto che mancavano tre giorni alla scadenza, di far saltare tutto. «Tutti i moduli con le firme rischiavano di essere nulli - aveva spiegato in aula la ex deputata che non si è ricandidata nel 2017 perché sotto inchiesta - Perciò si decise di ricopiarle. Ma non c’è stata alcuna volontà di commettere un falso ai danni dei nostri sostenitori. Eravamo inesperti, nessuno pensò che potesse essere una cosa tanto grave».

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