Il dibattito sull’ingresso della Turchia in Europa è stato – soprattutto dalla metà degli anni ’90 fino al parziale raffreddamento degli entusiasmi iniziato nel 2005 – un argomento sul quale il gotha dei think tank di estrazione liberal o repubblicana, e in Italia uno schieramento trasversale che andava da Gianfranco Fini a Massimo D’Alema, si è appassionato nell’overdose di «europeismo» che ha pervaso una precisa stagione aperturista dell’Ue: con risultati non proprio organici nell’equilibrio della stessa eurozona e con una serie di problemi endemici come risultato (come l’adesione della Romania con la questione ancora irrisolta della gestione dei rom). Dal 2005, anno in cui sono iniziati i negoziati ufficiali e con questi le prime importanti riserve, le posizioni divergevano tra chi sponsorizzava la Turchia nell’Ue come anello tra Europa e Islam, e chi si contrapponeva proprio per il fatto che la Turchia fosse un paese musulmano. E se è con l’esplosione del problema Isis e con la crisi dei migranti che lo scetticismo sul percorso di adesione della Turchia (che comunque procede) monta, anche il profilo interno del Paese – su diritti umani, libertà di stampa e rispetto delle minoranze – crea più di un dubbio sull’effettiva compatibilità con il sistema sociale europeo. PINOTTI SPONSOR DELL’ADESIONE Ecco, per il ministro della Difesa Roberta Pinotti «sulla Turchia è stato fatto un errore storico» perché «quando voleva entrare nella Ue è stato dato uno stop, in particolare dalla Francia di Sarkozy e dalla Germania». Posizione piuttosto ardita, quella del ministro, dato che tutto questo avviene a pochi giorni dalla crisi diplomatica che ha coinvolto Turchia e Russia, che ha messo seri dubbi sulla posizione di Ankara rispetto alla coalizione anti-Isis, e a poche ore dagli arresti dei giornalisti del giornale di opposizione turco e dall’ennesimo fatto di sangue, l’uccisione dell’avvocato Tahir Elci: episodio dai contorni ancora poco chiari che si innesta in un’escalation di tensione con la comunità curda. IL NODO GEOPOLITICO L’endorsement del ministro italiano giunge parallelamente al vertice di Bruxelles che ha stabilito di stanziare tre miliardi di fondi aggiuntivi ad Ankara per la gestione dei migranti in cambio – denunciano i critici - dell'accelerazione dei negoziati sull'adesione alla Ue. Questo fa riflettere sul ruolo avuto fino a questo momento dalla Turchia nella gestione della crisi dei profughi. Lo stanziamento dei fondi è difatti una corvée chiesta dalla Turchia all’Ue per trattenere in casa le vittime che fuggono dalla Siria. Questo dimostra non solo l’ambiguità dell’«alleato» sulla gestione di un problema umanitario ma anche che fino a questo momento proprio dalla Turchia siano potuti transitare i foreign fighters in direzione Siria. A questo si aggiunge un problema non da poco: l’Isis. Se ha fatto discutere l’atteggiamento di Ankara nella difesa di Kobane – quando i curdi furono lasciati da soli a contrastare le milizie dello Stato islamico – sono tanti i soggetti europei e non (da Marine Le Pen a Vladimir Putin) a chiedersi da che parte stia la Turchia nel conflitto con Daesh: dato che è risaputo il posizionamento turco rispetto alla Siria di Assad (il cui esercito regolare è in guerra contro il Califfo) e la convergenza di interessi con i governi sauditi in lotta contro gli sciiti. IL «NO» POLITICO I dubbi sulla Turchia in Europa sono anche di natura politica e culturale. In questi giorni, ad esempio, è la Lega Nord a riproporre il suo «no» al suo ingresso in nome del contrasto all’«invasione». L’eventuale ingresso di Ankara, però, comporterebbe non solo un rimescolamento degli equilibri dal punto di vista religioso (ottanta milioni di musulmani vivono in Turchia, con possibilità di ricongiungimento) ma nelle istituzioni comunitarie ciò si tradurrebbe con una Turchia in una posizione numericamente dominante rispetto alla stessa Germania motore d’Europa, dato che i seggi nell’Europarlamento vengono distribuiti in base alla popolazione. Come se non bastasse, oltre i tre già stanziati, la Turchia avrà nei prossimi anni sette miliardi di euro come fondi di pre-adesione. E I DIRITTI UMANI? A ciò si aggiunge il tema dei diritti umani. Ha fatto riflettere la lettera inviata all'Europa dai giornalisti di Cumhuriyet, quotidiano turco di opposizione, arrestati e in carcere a Istanbul. Il direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul hanno chiesto all’Ue di non «barattare», ossia di non mettere a rischio l'impegno «per i diritti umani, per la libertà di stampa e di espressione» nelle trattative con Ankara per arrivare a un accordo sulla gestione dei flussi migratori. Quanto poi al sistema dei processi, la Turchia è il primo Paese per violazione dei regolamenti sul giusto processo, previsto dall'articolo 6 della Convenzione per i diritti dell'uomo. Inoltre fra le violazioni più frequenti c'è quella dell'articolo cinque, riguardante libertà e sicurezza, ai danni soprattutto dei militanti del PKK curdo. A dover alimentare i sospetti, oltretutto, il fatto che da parte turca la prospettiva «europea» da tempo non è vista come unico orizzonte di affermazione: ciò si è manifestato parallelamente alla trasformazione del partito di Erdogan su posizioni più conservatrici e confessionali e con la gestione turca dell’agenda internazionale in nome degli interessi della ritrovata vocazione «imperiale» più che da Paese membro della Nato.
Ankara, delitti e terrorismo L’Europa è ancora lontana
Chiede di entrare sfruttando l’adesione alla Nato Ma il Paese è troppo ambiguo sulla lotta all’Isis
