Il tema del terrorismo e degli immigrati irrompe nella campagna elettorale americana e diventa protagonista del dibattito dei candidati democratici andato in onda a poco più di 24 ore dalla strage nella capitale francese. Il tema non solo divide destra e sinistra, ma scalda anche la discussione tra i Dem. Così Hillary Clinton è stata attaccata per essere stata favorevole all’invasione dell'Iraq nel 2003 e all'intervento contro la Libia di Gheddafi. E afferma che «l’Isis non può essere contenuto, va sconfitto». Nel mirino ci sono quelle che, col senno di poi, si sono rivelate affermazioni incaute da parte del presidente americano, che poche ore prima degli attacchi nella capitale francese aveva spiegato in un'intervista come l'avanzata dello Stato islamico è stata ormai fermata. Subito sono partiti in quarta i repubblicani che accusano la Casa Bianca di una strategia troppo molle in Siria e in Iraq. Strategia che - sostengono - ha reso più vulnerabile l'America. Così, da Jeb Bush a Marco Rubio, chiedono una svolta immediata di fronte a quello che viene definito «uno sforzo organizzato per distruggere la civiltà occidentale». E se da un lato nella desta si fa sempre più insistente la richiesta di un maggior coinvolgimento militare in Iraq e Siria, anche con l'invio di più soldati, dall'altro Donald Trump e Ben Carson, in testa nei sondaggi repubblicani, chiedono anche di bloccare la prevista accoglienza negli Stati Uniti di 10.000 rifugiati siriani il prossimo anno. Ipotesi questa che i tre candidati democratici in corsa per la presidenza rigettano con forza, con l'ex governatore del Maryland, Martin ÒMalley, che chiede anzi di portare il numero ad almeno 65 mila. L'America dei Dem, infatti, è più forte di quella descritta dalla destra: determinata a combattere l'isis, ma anche attenta alle responsabilità morali come quella dell'accoglienza. E soprattutto decisa a privilegiare la diplomazia sulle armi. Ma sul palco della Duke University di Des Moines, in Iowa, sono scintille in diretta tv tra Hillary Clinton e Bernie Sanders, come mai visto finora. Stavolta il 'socialistà Bernie fa sul serio e attacca l'ex first lady che da senatrice votò per l'intervento in Iraq che lui considera l'origine di tutti i mali, dalla nascita di al Qaida a quella dell'Isis. Lei però si difende cercando di far prevalere la sua esperienza da ex segretario di stato e una visione più complessiva dei problemi. E se Sanders ribadisce il suo netto no all'interventismo, Hillary non esclude l'uso della forza militare, ma solo come ultima risorsa. «Ma non può essere solo una battaglia dell'America», ammonisce. Non parla mai di «terrorismo islamico» Hillary, come Obama, attirandosi le ire di Trump e di tanti repubblicani che commentano in diretta su Twitter. «Non siamo in guerra con l'Islam, con i musulmani», replica l'ex first lady. Ancor più duro lo scontro con Sanders su Wall Street. Il senatore l'accusa di aver costruito la sua carriera politica sempre col sostegno dei grandi finanziatori: «È una campagna elettorale corrotta», attacca. «Stai mettendo in dubbio la mia integrità», ha replicato stizzita Hillary, spiegando come da sempre riceve molti finanziamenti dai big donor perchè da senatrice ha contribuito alla ricostruzione di Wall Street dopo gli attentati dell'11 settembre 2001: «Rappresentavo New York, e ricostruire Wall Street è stato un bene per New York e per l'America intera». L'impressione è che da questo secondo dibattito una Hillary sotto attacco sia però uscita indenne come confermano i sondaggi.
Impatto sulle elezioni Usa
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