Politica

Calce, martello e Rai Il «rosso» piace a Silvio

Il ritratto di Alfio Marchini

Alfio Marchini, classe 1965, gongola. Perché dopo aver preso oltre 114mila voti che gli sono valsi il 9,3% alle amministrative del 2013, adesso vede il suo sogno di diventare sindaco di Roma a un passo. Oggi, dopo Mafia Caitale e la caduta di Ignazio Marino, con i partiti tradizionali in ginocchio, tutti devono fare i conti con lui. Marchini, pur affranto dalla decadenza della Capitale, sghignazza: «Hano sottovalutato che respiro politica da quando sono bambino». Proprio vero. Rampollo di una famiglia di imprenditori edili vicinissima al Partito comunista - i Marchini venivano definiti i «palazzinari rossi» o «calce e martello» - nel salotto di casa vedeva sfilare tutti i dirigenti del Pci romano e nazionale. Il pedigree ne fa un romano perfetto: famiglia di costruttori, con uno zio, Alvaro, presidente della Roma. Lui fa carriera presto. A 23 anni assume la guida della società di famiglia, la Astrim Costruzioni Spa, dopo la morte del nonno Alfio, di cui porta fieramente il nome. Nel 1994 è nel Consiglio di amministrazione della Rai e presidente del Cda della Sipra, la concessionaria di pubbicità della tv di Stato. Ma a dicembre lascia gli incarichi in disaccordo sulla strategia aziendale e sulle nomine del governo guidato da quel Silvio Berlusconi che oggi lo vorrebbe proprio alfiere nella Capitale. Sono passati più di vent’anni e le vie della politica sono infinite. Marchini prosegue la propria carriera, guidando dal 1995 al 2000 una società delle Ferrovie, occupandosi della riqualificazione urbana per il Giubileo del Millennio nella Roma amministrata da Francesco Rutelli, che chiama ancora oggi spessissimo. La politica è però nel suo Dna e nel dicembre 2012 annuncia la candidatura a sindaco. L’obiettivo è sconfiggere il primo cittadino Gianni Alemanno e il centrodestra, ma il Pd, dopo averlo corteggiato a lungo prospettandogli anche ipotetici accordi sulle primarie, alla fine gli chiude le porte in faccia. Così Marchini si trova Marino a sinistra e Alemanno a destra, racimolando comunque il 9,5% frutto anche del voto d’opinione montiano. Entra in Assemblea Capitolina e i dati sulle presenze non sono molto lusinghieri sulla sua effettiva partecipazione ai lavori d’Aula. All’inizio cerca un difficile dialogo con Marino, ma il chirurgo Dem se lo fila poco. Così Marchini va avanti per la propria strada, assiste allo sfascio dell’amministrazione Marino e si organizza, dialogando a destra col senatore ex Ncd Andrea Augello e il plenipotenziario di FI nel Lazio Antonio Tajani. Tutti lo additano come il candidato dei moderati di centrodestra, ma lui ambisce ad essere molto di più. Le prossime elezioni - è il suo ragionamento - non saranno tra politica e antipolitica, ma tra civismo e antipolitiva. E a Roma il civismo politico è lui: Alfio. Di qui la pazza idea: correre con sole liste civiche, senza simboli di partito per attrarre i voti di Pd e FI. Anzi, di più: portare Pd e FI a sostenerlo senza liste di partito. Una scommessa che, se vinta, ne farebbe il naturale leader nazionale del Partito della Nazione. Ma forse è solo fantapolitica.

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