L’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della salute sui rischi che accompagnerebbero in particolare il consumo di carni trasformate e, in seconda battuta, anche il consumo di «carni rosse» fortunatamente è accompagnato da un'osservazione che compare quasi a margine dello studio stesso: «È necessario capire quali sono i reali margini di rischio ed entro che dosi e limiti vale la pena di preoccuparsi davvero». La notazione attenua sensibilmente l'allarme precedentemente sollevato e ad essa a noi viene naturale aggiungere che è altrettanto necessario capire di quali carni, di quali prodotti, di quali lavorazioni e di quali materie prime, che sono alla base di quei prodotti, stiamo parlando. Il nostro pensiero va ovviamente agli Usa, dove il consumo di carne è in media del 54% superiore all'Italia e dove l'utilizzo di ormoni e di altre sostanze atte a favorire la crescita degli animali, sono considerate del tutto lecite. Parliamo degli Usa, ma potremmo anche parlare della Germania o di numerosi paesi del nord e del centro europa, per i quali non valgono gli stessi severi disciplinari e protocolli che usiamo nel nostro paese. Tutto ciò per osservare che la quantità e la qualità della materia prima sono determinanti e sotto questo profilo l’Italia può vantare un consumo di carne equilibrato. Una qualità superiore (la nostra carne è «magra»), una prassi di lavorazione - nel caso dei salumi - di tipo «naturale» a base di sale. Per quanto riguarda il nostro Paese non vi sono quindi ragioni di allarme, salvo per un passaggio - che non è di pertinenza dell'OMS, ma dell'Unione Europea - a nostro avviso cruciale: sarebbe opportuno che la stessa etichettatura sull’origine che ci permette di identificare il luogo di provenienza della nostra carne rossa, fosse estesa anche agli insaccati. Sapere da dove proviene la carne di un salame, piuttosto che di un paio di salsicce, varrebbe come garanzia di genuinità e salubrità per i nostri consumatori. È questa la battaglia che l'Italia deve fare in Europa.
I dispiaceri della carne
di Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti
