Politica

Ma le toghe non devono sostituirsi agli esecutivi

Il legislatore agisca senza condizionamenti

Ci è parsa assai interessante la forte denuncia che nella sua Relazione il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Rodolfo Sabelli, ha fatto della «pericolosa prospettiva tecnocratica» che realizzandosi vedrebbe il primato dell’economia sulla politica e sulla giurisdizione. Ma occorrerebbe portare a termine questa osservazione applicandola proprio al tema della riforma della giustizia e del processo. Non sfugge forse al presidente Rodolfo Sabelli che questa pericolosa deriva, al tempo stesso tecnocratica ed economicistica, mina in profondità il modello di processo che la magistratura da tempo avalla?Un modello in cui non è la qualità politica delle libertà e delle garanzie ad essere posta al centro dell’assunto valoriale, ma la quantità dei fascicoli smaltiti, l’efficienza della «macchina» al di là e al di sopra della qualità della giurisdizione. A dispetto della centralità della dignità dell’uomo, sia imputato che vittima, si prospettano infatti non solo processi infiniti, in cui la prescrizione sia sostanzialmente abolita per reati più gravi, ma processi fatti «a distanza» in cui la spersonalizzazione disumanizzante trasforma il contraddittorio in semplice icona. Non è forse anche questo un modo in cui tecnocrazia ed economia finiscono con il minare in radice la civiltà dei giudizi? Come può coniugarsi il richiamo al principio di oralità, con l’idea che i processi possano essere fatti da un imputato detenuto, che non può confrontarsi con le prove d’accusa, con i testimoni e con il giudice, e che assiste al suo processo, lontano dal suo difensore, attraverso un video. E come può invocarsi l’Europa, sostenendo la modificabilità del giudice nel corso del processo, mentre l’Europa condanna la violazione del principio di immediatezza, dimenticando che i giudici sovranazionali hanno condannato l’uso disinvolto che si è fatto della elaborazione giurisprudenziale nel caso Contrada, sostenuta e promossa dalla stessa magistratura, contro il principio di legalità. Ma l’invito del presidente Rodolfo Sabelli deve essere portato fino in fondo. Che la politica riprenda, dunque, il suo primato sull’economia, ma lo riprenda anche sulla giustizia. Decida liberamente e senza condizionamenti quali debbano essere i valori fondanti della nostra civiltà giudiziaria, scelga un modello aderente ai principi della nostra costituzione e lo realizzi con convinzione, fino in fondo. Fino a ribadire la necessità del giudice terzo (e dunque separato) come indeclinabile presupposto del processo accusatorio. Decida autonomamente la politica delle leggi che devono governare il Paese e i suoi processi, senza preoccuparsi del fatto che alla magistratura questa o quella norma non piace, che venga giudicata troppo debole o «deludente», perché le leggi non si fanno perché piacciano a chi le deve applicare, ma perché rispondano ai principi costituzionali e convenzionali che tutelano le libertà di tutti noi cittadini. Decida quali debbano essere gli equilibri fra poteri, senza lasciarsi condizionare dalla logica manichea che traspare dal giudizio dell’Associazione Nazionale Magistrati sulla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e sui rapporti fra Magistratura e Politica e fa gridare alla «delegittimazione». Rifletta su questo il presidente Rodolfo Sabelli e finiremo con l’essere d’accordo su ciò che il processo penale potrà essere in futuro nel nostro Paese, sottratto agli imperanti moduli dell’economia e della tecnocrazia.

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