«Non ho mai utilizzato danaro pubblico a scopo privato. Semmai il contrario». Ignazio Marino rispolvera la filosofia calcistica di Gentil Cardoso, il celebre allenatore brasiliano che coniò la frase: «La miglior difesa è l’attacco». Così il sindaco uscente, a un passo dal tracollo, non ci pensa proprio a fare la figura del catenacciaro, e passa così all’offensiva, nel tentativo di uscire dal campo a testa alta. Che significa convincere l’opinione pubblica che lui non ha commesso irregolarità, né abusi, con le spese di rappresentanza. «Mi sono dimesso perché ho estremo rispetto per l’autorità giudiziaria - ha detto durante la prima conferenza stampa convocata dal giorno delle dimissioni - alla quale volevo presentarmi da dimissionario e per spiegare i fatti contenuti negli esposti presentati dal M5S e Fdi-An che sono vergognosi, o scritti in malafede o da ignoranti», scandendo bene la sigla "An", che ovviamente sta per Alleanza Nazionale. Un esempio? «Gli scontrini per la tintoria non erano per i miei vestiti, ma per quelli storici dei trombettieri di Vitorchiano (che in realtà sono i Fedeli di Vitorchiano, ndr)». Marino si è presentato in Campidoglio insieme a Enzo Musco, suo avvocato personale. «Ringrazio l’autorità giudiziaria per avermi ascoltato, da persona informata sui fatti. Non sono iscritto nel registro degli indagati», ha detto il sindaco sul suo colloquio di lunedì in Procura. A cui si è aggiunto il legale: «Il sindaco ha dato spiegazioni più che convincenti che lo riabilitano. Il suo grande merito è aver raccolto una quantità enorme di soldi per il restauro dei monumenti - ha detto il legale -: ha dimostrato ai magistrati di aver raccolto 10 milioni di euro e con orgoglio lo ha rivendicato». E ora che farà? Ritirerà le dimissioni? «Quando mi sono dimesso avevo detto che avevo 20 giorni per tornare indietro», ripete due o tre volte. E la maggioranza in Campidoglio? «È una delle cose da verificare». Per tutto il resto c’è il «no comment». I CONTI NON TORNANO «Quosque tandem abutere, Marino, patientia nostra? Fino a quando abuserai della nostra pazienza, Marino?», si chiedeva ieri l’ex vicesindaco alemanniana Sveva Belviso, citando il celebre discorso di Cicerone all’avversario politico Catilina, mentre lo accusava di cospirare contro la Repubblica Romana. In questo caso a lamentare una «cospirazione» ai suoi danni potrebbe essere il sindaco dimissionario, Ignazio Marino, che però continua a cambiare idea, versione sui fatti e a tenere sulla corda uno scenario politico già instabile, con un accanimento terapeutico non indolore su un’esperienza ormai conclusa. E la conferenza stampa di ieri non è altro che l’ennesima puntata di una telenovela in piena regola, quella delle dimissioni del sindaco. Marino è tornato possibilista rispetto all’eventuale ritiro delle sue dimissioni entro la data limite del 2 novembre. «Quando scrissi alcuni giorni fa una lettera alla presidente dell'Assemblea, Valeria Baglio, scrissi quello che dico ora: così come prevede la legge, firmavo la mia lettera di dimissioni prendendomi venti giorni per fare le opportune riflessioni e verifiche». È vero, il sindaco l’aveva detto l’8 ottobre scorso, nel videomessaggio registrato nel suo ufficio. Ma il giorno successivo, il 9 ottobre l’idea di un «ritorno» sembrava già abbandonata: durante l’incontro con i presidenti di municipio, il chirurgo Dem avrebbe definito «irrevocabili» le sue dimissioni. Concetto ribadito, a scanso di equivoci, due giorni dopo, la mattina di domenica 11 ottobre, quando Marino scese in piazza del Campidoglio a incontrare i suoi sostenitori: «Sindaco, ci ripensi», gli chiedeva una signora; a cui lui rispose: «No, non intendo ripensarci». Ieri l’ennesima variazione sul tema. Anche sulla motivazione delle dimissioni, Marino ha sempre cambiato versione. L’8 ottobre il sindaco uscente ha parlato di «assenza di condizioni politiche», mentre ieri in Campidoglio ha affermato: «Ho deciso di dimettermi perché auspicavo di presentarmi di fronte all’autorità giudiziaria da dimissionario». Strategia politica? Voglia di smarcarsi almeno dal presunto scandalo? Ma cosa è cambiato da mercoledì a giovedì? Che Marino abbia ricevuto rassicurazioni sul fatto che non verrà indagato per alcun reato? Difficile (almeno dal punto di vista procedurale), e comunque il tema politico resterebbe. Già, perché se il chirurgo Dem ha affermato ripetutamente di aver chiarito ai magistrati tutte le spese contestate, nessuna spiegazione è stata data ai cittadini romani, a cui appartenevano quei soldi. Con chi era a cena il 26 dicembre 2013 al ristorante Girarrosto Toscano (260 euro)? E il 26 ottobre 2013 al Sapore di Mare (conto da 150 euro)? E ancora, al roof Garden Manfredi (la sera dei chirurghi internazionali)? Marino non risponde: «Non ho nessun commento da fare, ho già detto tutto alla magistratura». Eppure il sindaco ha spiegato abbondantemente le spese della tintoria contestate da Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia, servite per lavare le divise michelangelesche utilizzate dai «Trombettieri di Vitorchiano» (in realtà sono i «Fedeli» di Vitorchiano e suonano le clarine). Perché parlare in pubblico di uno scontrino e non di altri? E perché dopo dieci giorni? Perché, il giorno prima delle dimissioni, «donare» 20mila euro alla città se invece tutto è stato spiegato? I dubbi sono tanti. E sono resi più forti da più di due anni di contraddizioni, ripensamenti e mezze verità. Le multe alla Panda erano colpa di un hacker, il viaggio di settembre 2015 a Philadelphia doveva essere interamente pagato dagli americani (ma non è stato così per il capo del cerimoniale e per un’altra collaboratrice), ora le firme sui giustificativi non sono autentiche (ma sono state messe online) e tanto altro ancora. «Voi ricordereste con chi siete stati a cena 5 mesi fa?», chiedeva ai cronisti Enzo Musco, avvocato personale del sindaco. Se avessimo pagato con i soldi di qualcun altro, probabilmente sì.
Marino: «Ho pagato di tasca mia»
Il primo cittadino convoca i giornalisti: contro di me esposti vergognosi «Non sono iscritto nel registro degli indagati». I conti però non tornano
