Politica

Ora il Pd scarica Ignazio Dimissioni più vicine

Ma il primo cittadino resiste: "Io non me ne vado" Dai 5 Stelle a Fdi fino a Marchini: pressing per il voto

Il colpo di scena è arrivato alla fine di una giornata febbrile, cominciata con le sonore smentite dei diretti interessati sulle cene offerte dal sindaco Marino, continuata con il tam tam delle dimmissioni, e terminata con la nota del primo cittadino: resituirà 20 mila euro di spese di rappresentanza e andrà avanti per «il bene della città». Quasi fosse una beffa dopo pochi minuti una nota ufficiale dell’ambasciata del Vietnam smentiva seccamente la cena del 6 settembre 2013. Un’altra ombra che la magistratura dovrà chiarire, un altro drammatico capitolo del «caso Marino» all’attenzione del premier Renzi. Nel pomeriggio il commissario romano dei dem, Matteo Orfini ha incontrato il sindaco "invitandolo" a dare un segnale, che tuttavia sa più di un’ammissione di colpa, nell’attesa di una decisione che, a questo punto, spetta solo al partito nazionale prendere. E il segnale è arrivato: «In questi due anni ho speso con la carta di credito messa a mia disposizione dal Comune meno di 20.000 euro per rappresentanza, e li ho spesi nell’interesse della città. È di questo che mi si accusa? Bene, ho deciso di regalarli tutti di tasca mia a Roma e di non avere più una carta di credito del Comune a mio nome», dice Marino che dopo aver promesso di staccare oggi stesso un assegno per l’intera cifra, si lascia andare a un commento piccato: «Da due anni c’è il tentativo di sovvertire la scelta democratica dei cittadini. Io continuerò sulla strada del cambiamento e gli stessi cittadini giudicheranno». Un "golpe" insomma, magari per mano degli stessi hacker (scoperti poi essere immaginari) che «cancellarono» le multe della Panda rossa nel cervellone del Campidoglio. Una litania, quella del primo cittadino, per il quale è sempre colpa di qualcun altro, che inizia a stancare anche quei pochi del Pd che vedono nel rinvio del voto l’unico barlume di sopravvivenza, senza accorgersi invece che più si allunga il brodo e più cala il consenso elettorale. Una riflessione che il segretario Renzi ha l’obbligo di aprire non solo per il partito ma anche per la Capitale d’Italia, ovvero il Paese che governa. «É questione di ore, poi si deciderà», si dice al Nazareno, mentre le opposizioni compatte chiedono a gran voce il ritorno ale urne. A partire dai grillini che potrebbero lanciare la candidatura della deputata Roberta Lombardi. Dimissioni per un sindaco «sotto inchiesta e sotto botta» chieste anche da FdI con Fabrizio Ghera e da Noi con Salvini «pronti alle elezioni», tuona il consigliere Pomarici. Richieste reiterate a livello nazionale da Giorgia Meloni e da Matteo Salvini. «Finto eroe, cinico e furbone» lo definisce Alfio Marchini chiedendo il commissariamento e il voto. Il Pd non fa quadrato intorno al sindaco ma "prende" tempo. «Noi preferiamo parlare dei problemi della città, abbiamo delle scadenze come il Giubileo e un impegno sul decoro e sui trasporti e come Pd vogliamo occuparci di questo», ha commentato il capogruppo capitolino Fabrizio Panecaldo. A Renzi l’ardua sentenza.

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