Politica

Da Pannella a Scalfarotto. La protesta più famosa

In principio fu Gandhi poi il leader radicale fu seguito da tanti adepti: Capezzone, Bernardini e Giacchetti

L’alba della Terza Repubblica potrebbe essere caratterizzata dall’ennesimo corto circuito politico, con il «responsabile» verdiniano che minaccia di compiere il gesto pannelliano-gandhiano per eccellenza: lo sciopero della fame. L’atto di dissenso non violento più famoso al mondo lo ha annunciato, infatti, il senatore Vincenzo D’Anna, che alla presunta mimica del corpo, per cui è stato incriminato e sospeso da Palazzo Madama, intende rispondere con la protesta del proprio corpo. Boutade o no quella che riguarda D’Anna, la pratica dello sciopero della fame si inserisce davvero in una lunga storia che ha visto Parlamenti, piazze e istituti detentivi come luoghi dove renderla spendibile politicamente. In Italia l’astinenza dal cibo come forma di lotta, si sa, ha un padre nobile politico di tutto rispetto, Marco Pannella. Il leader dei Radicali ha praticato decine di volte questa forma di sciopero (che ha avuto Mahatma Gandhi come grande sponsor nell’immaginario collettivo e che è stata utilizzata fino alle estreme conseguenze dai nazionalisti irlandesi nelle carceri inglesi) per le battaglie radicali come quella sul divorzio, sui diritti dei carcerati e per l’amnistia soprattutto. E se il più drammatico sciopero della fame è durato tre mesi (accadde nel 2011), diverse volte Pannella ha rischiato seriamente danni gravi alla sua salute: tanto che – da Scalfaro a Napolitano fino a Matterella – non vi è stato presidente della Repubblica che non abbia manifestato vicinanza ed invitato il leader a interrompere questa pratica. Il risultato? Grande visibilità mediatica e dibattito sugli argomenti della protesta, molte volte tenuti ai margini dell’agenda dell’informazione e della politica. Pannella, anche da questo punto di vista, ha fatto scuola. E se negli anni Daniele Capezzone e Rita Bernardini hanno spesso accompagnato il leader nella pratica, degno epigono è Roberto Giachetti, radicale con doppia tessera e deputato del Pd, che è più volte ricorso allo strumento dello sciopero della fame in questi ultimi anni anche su temi strettamente parlamentari. Il più famoso è stato quello effettuato per protestare contro lo stallo dell’Aula sull’approvazione della nuova legge elettorale, il post-Porcellum. Una di queste proteste è stata interrotta solo dopo l’allarme dei medici: «Dopo 88 giorni di sciopero della fame, cui vanno aggiunti 35 a luglio, sono costretto ad interrompere lo sciopero della fame – spiegava Giachetti - per gravi motivi clinici che minano la mia salute e non è mia intenzione fare il martire». Non solo radicali, però. Minacciato ma non messo in atto fu quello, ad esempio, dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, in carcere a suo dire senza una riserva sufficiente di libri, lui appassionato lettore e bibliofilo. Anche da sinistra, ultimamente, si è abbracciata politicamente l’astinenza dal cibo. È il caso di Ivan Scalfarotto, esponente del Pd e sostenitore delle battaglie Lgbt, che proprio quest’estate ha protestato contro il suo stesso governo sul tema delle (mancate) unioni civili. Scalfarotto non ha toccato pastasciutta per venti giorni ma solo cappuccini, alla radicale insomma. A stoppare lo sciopero, qui, ci ha pensato l’intervento del premier Matteo Renzi assicurando l’impegno del governo sulle unioni civili con il cronoprogramma e festeggiando così la revoca della protesta del sottosegretario alle Riforme del suo governo: «Ivan, alla fine di questa assemblea ti porto di peso e lanciamo l’hashtag #ivanmagna».

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