Approfitta subito della promozioneSconto del 30% sugli abbonamenti digitali annuale e biennale
Sconto del 30% sugli abbonamenti digitali annuale e biennale
Politica

Verdini, il re del Parlamento che allunga la vita ai premier

di Luigi Bisignani

Per Matteo Renzi, acciambellato sul divano dell'appartamento al terzo piano di Palazzo Chigi, è ormai un rito del quale non può più fare a meno. «Oh Luca, che t'ha cantato il Denis oggi...?». Lotti prende l'iPhone e gli fa ascoltare l'ultima interpretazione del Verdini in versione Battisti, Vanoni, Morandi o Mina, parafrasando le loro canzoni di maggior successo con l'attualità politica. Si va da «L'appuntamento» a «Un'ora sola ti vorrei» fino a «Grande, grande, grande». Renzi e Verdini sono un po' come Pieraccioni e Benigni: due toscanacci che non si prendono mai troppo sul serio, anche nei momenti più tesi. E magari, se si parla di transumanza dei parlamentari, uno dei due intona: «Vengo anch'io», pensando a qualche Razzi o Scilipoti o gli altri a venire, e l'altro risponde in rima: «No, tu no...». Il premier, a sentire i giovani del giglio magico si piega dalle risate, e così, canzone dopo canzone, evita di incupirsi pensando ai talk show. Anche perché Denis ha la grande capacità di infondere ottimismo e realismo. Era così anche con Berlusconi. Il genere però è cambiato: ora musica, prima prosa. Berlusconi arrivava ad Arcore o a Palazzo Grazioli e chiedeva subito i report che di solito due volte a settimana gli mandava il suo coordinatore. Riflessioni imperdibili, ricche di spunti storici e filosofici e di battute al fulmicotone sulle giravolte, a seconda dei casi a stelle e strisce o a falce e martello, del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano; ritratti disincantati sui «furono colonnelli» di An; per non parlare delle riflessioni amare e strafottenti delle signorine da mettere in lista nelle varie tornate elettorali. Lì Denis si superava, cercando di convincere il Capo, che se gliene indicava sette non poteva metterne più di due. Una specie di fustini Dixan al rovescio. E a Berlusconi, nonostante quello che si dice in giro, Denis manca da morire. Non a caso, le ultime volte che si sono visti è stato in occasione di due funerali: uno a poche ore dalla rottura, in una cappella nei Castelli Romani, l'altra in pieno agosto. Un Berlusconi stravolto, perché nulla lo turba più delle esequie degli amici. Lo ha abbracciato e gli ha sussurrato: «Non sai quanto mi manchi...». A differenza delle vulgate in giro su soldi, grembiulini, fideiussioni e prebende, Verdini è uno dei pochi casi in politica che con la politica ha perso moltissimo, e probabilmente inseguirà per anni fantasmi giudiziari, con l'aiuto di quel principe del Foro, Franco Coppi, che lo accolse nello studio con grande diffidenza e che ora invece ne è conquistato, così come un altro big dell'avvocatura, Guido Alpa. Per i detrattori è un macellaio analfabeta che si è innamorato di Berlusconi per il potere. In realtà è un fior di commercialista e anche uno storico fine che ha iniziato con Giovanni Sartori e Giovanni Spadolini, si è affinato con il filosofo preferito da Papa Ratzinger, Marcello Pera e, con il tempo, è diventato uno dei maggiori esperti di leggi elettorali. Quanto al potere, l'ha avuto. Ma soprattutto l'ha gestito per assecondare i desideri, se non i capricci, del Capo, a cui ha sempre dato l'ultima parola, senza neppure smentirlo una volta. Gestendo nei ministeri una pletora di incompetenti che ancora oggi scorrazzano indefessi nelle vie di Roma con le auto blu, diventate bianche per la «Spending review». Quanto a lui, aveva una banca, ma sul serio, non come Fassino. E un giornale che ora ha sostituito con milioni di costosissimi atti giudiziari. Nonostante tutto, fra qualche settimana questo Denis Verdini potrà, con il suo nuovo partito, ripetere una frase cara a Giulio Andreotti, che usava quando rispondeva a chi voleva ancora entrare nella sua piccola, ma decisiva, corrente: «Mi dispiace ma le iscrizioni sono ormai chiuse». Non è più tempo di correnti ma di partitini satellite. ALA, però, ha una caratteristica diversa dagli altri: non nasce dalla smania di apparire del fondatore, bensì dal desiderio di tornare a fare politica attorno ad un progetto, come tanti commentatori con gran puzza sotto al naso stanno giorno dopo giorno convenendo. Non a caso, dal nuovo partito sono bandite tutte quelle seminatrici e quei seminatori di zizzania che, anziché lo sgabello del Parlamento, preferiscono la sala trucco e le poltrone dei talk show, il più delle volte per dire sciocchezze in libertà. Verdini non legge i giornali, non guarda la televisione, non passa il tempo tra gli studi televisivi e, soprattutto, se ne frega di spifferare retroscena ai cronisti parlamentari. Per lui la politica è metodo rigoroso e organizzazione. E in queste ore Forza Italia, senza la mano ferma di un organizzatore, è una casbah impazzita, caotica. Con tanti parlamentari che, come formiche disorientate, non ne possono più di non contare nulla e di cercare di capire le ultime sul cosiddetto cerchio magico: se la Pascale sta salendo ancora o se è in rotta con Maria Rosaria Rossi, la quale, a sua volta, vuole dimostrare la sua leadership in Senato rispetto a Paolo Romani, andando a staccare, con il piglio di una Merkel, i collegamenti delle agenzie ai transfughi. Nel gruppo di Forza Italia alla Camera lo sconcerto è ormai palpabile. In Aula sono rimaste solo le donne, favorite o meno del capo, che di trasmigrare ancora non se la sentono, in attesa di un risveglio del loro Messia che questo week end verrà portato in pellegrinaggio fino sul Garda. Renato Brunetta, genio e sregolatezza, anziché cercare di limitare le perdite, ha messo su una piccola task force per cercare di riavere indietro almeno i tablet e gli iPhone dei fuggiaschi. Autorevole economista prestato alla politica, terrorizza Berlusconi con le sue plateali scenate. Quand'era al governo, faceva infuriare persino un suo stesso estimatore, Gianni Letta, che una volta voleva buttarlo giù dalla finestra. In un'altra occasione, Berlusconi chiamò rinforzi per farlo alzare dal pavimento. Si buttò per terra, immobile sul tappeto, se non veniva nominato non si sa bene dove. Ma perché è iniziata questa corsa verso il piccolo partito di Verdini? E perché si sta svuotando la pattuglia di Raffaele Fitto, uno che la politica ce l'ha nel sangue e che, partito per inseguire Cameron, è finito a dover cercare di non farsi sfuggire uno di Barletta? Perché addirittura Assolombarda e la stessa Mediaset vedono con favore la nascita di ALA? Perché un archistar dell'ortodossia comunista come Massimiliano Fuksas, seduto da «Ciampini», resta incantato a sentire Verdini? Qual è il progetto? Innanzitutto la stabilità essenziale per agganciare la ripresa economica e abbassare le tasse. Poi quello benedetto e sognato prima di tutti e più di tutti proprio da Silvio: un grande partito riformista dei moderati. Bersani l'ha capito talmente bene, che terrorizzato dallo tsunami Verdini ha fatto capitolare i suoi in un compromesso talmente ridicolo sulla riforma Boschi da far rimpiangere i piccoli peones della prima Repubblica. Ma perché ancora i parlamentari sono così attratti da ALA? Probabilmente non per potere, visto che il comando ce l'ha uno solo, ma forse per il profumo del potere che li fa sentire meno inutili. E con Verdini il potere, effimero quanto sia, si respira. Oltre al fatto che è comunque meglio fingere di poter essere informati su qualche progetto, su qualche emendamento quando si rientra a casa, piuttosto che dover cercare con gossippara frenesia l'ultimo pettegolezzo pruriginoso sul Cavaliere. Ma il Cavaliere, appunto, come si pone? Sfiduciato e stanco per essersi perso, non riuscendo neppure a capacitarsi per quale motivo, un grande progetto liberal riformatore che lui stesso aveva indicato. Quando dopo fatiche immani Maurizio Gasparri è riuscito a portare davanti a Silvio l'ultimo petalo di Denis, Amoruso, il Cavaliere non ha saputo fare altro che mormorare: «Ah, ah.... Denis». Non una parola in più. Come dire: «Non saprei davvero consigliarti altro». Resta l'ultima immagine nel salotto di Palazzo Grazioli attorno ai fedelissimi veri e Verdini quasi ormai verso l'uscita. Alla domanda provocatoria: «Ma tra Salvini e Renzi chi voteresti?», con un sussurro, le labbra ancora più strette, perfino il Cavaliere, così come gli altri autorevolissimi partecipanti, rispose: Renzi. «E allora, cosa posso dire di più», aggiunse il toscanaccio malefico che, nonostante tutto e tutti, ha sempre Silvio nel cuore.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.