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Politica

Roma accoglie tutti. Ma non Almirante

Dopo piazza Lutero, il Municipio XI aderisce alla «Settimana Rainbow» Bocciata l’ennesima mozione per una strada intitolata al segretario Msi

Gli abbinamenti dei fatti sono utili perché fanno venire a galla le contraddizioni. Così l’altro giorno la maggioranza di sinistra al Consiglio del Municipio Roma XI ha approvato una mozione per aderire alla «Settimana Rainbow», indetta da Roma Capitale, dedicata ai diritti delle persone LGTB e alla lotta all’omofobia e alla «transfobia». Così, dall’11 al 18 ottobre prossimo, le sedi municipali esporranno la ben nota bandiera arcobaleno. Nella stessa seduta, però, è stata bocciata una mozione promossa da Fratelli d’Italia per intitolare una via a Giorgio Almirante. Perché questi due fatti sono culturalmente legati? Perché o si è «de sinistra» fino in fondo, oppure niente. Abbattere le barriere è un mantra «de sinistra», e se lo si fa per il mondo omosessuale allora perché non farlo anche con quella parte di storia che finora si è voluta sempre seppellire? Allo stesso modo, se si dà riconoscimento a tutte le identità sessuali, perché non farlo anche con quelle politiche? O si è «moderni» fino in fondo, oppure diventa soltanto una zuppa ideologica ogni giorno più indigesta. Specie se si guardano i precedenti. Roma ha già le sue vie e le sue strade intitolate ai pilastri della storia di sinistra. Abbiamo viale Palmiro Togliatti, di notte, come si sa, peccaminosamente animato. Esiste viale Carlo Marx, via Lenin. E Marino, nel giugno 2014, ha tagliato il nastro a largo Enrico Berlinguer. Ma per Almirante no, niente targa. Alla destra romana, che pure ha un suo radicamento e una sua storia, è impedito calcare una parte di suolo intitolata al suo principale riferimento repubblicano. E pensare che anche la storia va altrove, narrando di quegli incontri riservati che, alla fine degli anni Settanta, Berlinguer e Almirante ebbero in una stanza all’ultimo piano di Palazzo Montecitorio. Segno di disgelo e mutuo riconoscimento. Ma, si sa, spesso le generazioni successive non sono all’altezza delle precedenti. E dove là, nel caso di Berlinguer, lo spessore culturale gareggiava con l’ideologia (eravamo ancora ai tempi dell’Urrs), qua, ai tempi di Marino e di tanti amministratori locali, l’ideologia annacquata se la batte al massimo con lo zelo, e comunque vada è sempre un insuccesso. O una prova di doppia morale. La penultima, prima di quella dell’XI Municipio, è avvenuta il 16 settembre scorso, con l’inaugurazione di piazza Martin Lutero, a Colle Oppio. Presente anche una delegazione venuta da Eislebe, la città di nascita di Lutero. Sorrideva, il sindaco, posando con la fascia tricolore accanto a un tedesco abbigliato d’epoca, come l’autore della riforma protestante. E certo, intitolare nella culla del Cattolicesimo una piazza a Lutero è un gesto di rottura, di discontinuità, gran coraggio, roba che neanche Victor Hugo e Michail Bakunin quando nell’Ottocento sfidarono il Vaticano promuovendo l’istallazione del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ Fiori. D’altronde, Ignazio Marino è stato chiaro: «Roma è una città che accoglie, che rispetta le culture, le religioni e che vuole costruire un mondo migliore e questo lo si può fare solo se si superano le barriere, gli steccati e i pregiudizi». Sì, ma solo quelli più comodi.

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