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Politica

La missione politica di Bergoglio "rivoluzionario" della misericordia

Santa sede decisiva nel riavvicinare Usa e Russia

Possiamo intestare agli ultimi tre pontefici il più vero, sincero e probabilmente efficace, tentativo di demolire le ingiustizie, le oppressioni e le diseguaglianze del mondo? Probabilmente si, anche se il cammino da fare è ancora lungo e difficile. Un solido filo tenuto teso dalla fede piuttosto che dalla spesso mediocre politica degli uomini, lega Giovanni Paolo II, artefice del crollo dei sistemi del socialismo reale, Benedetto XVI che del primo fu profondo ispiratore dall'alto della sua fine speculazione teologica e oggi Francesco, che all'arma della parola già sapientemente usata dai suoi predecessori, ha affiancato un'altra parola magica, la misericordia, che mai come in questo difficile momento ha assunto valenze così rivoluzionarie. Il lungo viaggio di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti è condito soprattutto di misericordia, quella che il Pontefice ha posto come tema di base del prossimo Giubileo e che ricorre con puntualità quasi ossessiva in tutti i suoi interventi. Il mondo del terzo millennio, con i suoi conflitti cruenti, le guerre di religione, le persecuzioni di intere comunità, l'oppressione feroce e prepotente dei ricchi sui poveri, l'emarginazione spietata degli ultimi, difetta soprattutto di misericordia, una parola consueta e bella, ma vasta e complessa. Essa è il versante funzionale di sentimenti come la pietà e la compassione e va manifestata, perche non è vera una misericordia intima, che resta ferma e nascosta nel cuore. La misericordia è il traboccare dei sentimenti che portano a un atto di soccorso, all'aiuto concreto rivolto a chi suscita pietà, alla compassione non cerebrale, ma scaturita dal cuore. Di questa misericordia Papa Francesco ne ha fatto una bandiera, che ha iniziato a sventolare nelle sedi in cui si decidono, spesso male, i destini del mondo. L'aspetto più singolare è che Francesco in questo modo sta facendo politica, ma all'ombra di una bandiera che di politico non ha nulla, perché richiama gli uomini a recuperare una spiritualità appunto misericordiosa, dalla quale potrebbe scaturire la soluzione di molti dei gravi problemi che ci affliggono. La pratica concreta di questa strategia non è stata avara di risultati. Sia Cuba che gli Stati Uniti riconoscono a Bergoglio il merito di aver contribuito in maniera determinante al disgelo ultrasessantennale fra i due Paesi e presto alla cancellazione dell'embargo che ha affamato per decenni l'isola caraibica. L'accoglienza ricevuta dal Papa all'Avana è stata molto più che lo spettacolo protocollare che spesso caratterizza i grandi incontri della storia. È stata il riconoscimento del ruolo non politico di un Pontefice che si è accreditato come il vero leader rappresentativo della sconfinata America Latina, così ricca di caudillos improbabili, così percorsa da contrasti insanabili, spesso tentata, anche all'interno della Chiesa, da esperimenti suggestivi e illusoriamente rivoluzionari. Bergoglio, senza avere la pretesa di esserlo, si è imposto a questo mondo e al resto del pianeta, come il più autentico dei rivoluzionari, ma sen za truppe e compagni da lanciare nella lotta, senza armi, da interlocutore planetario di tutte le potenze schierate in campo, alle quali chiede gesti di buona volontà, non l'uso dei cannoni e delle bombe, non la decimazione di intere comunità religiose, ma atti, appunto di misericordia. Bisogna dire che la cosiddetta sinistra globale ha tentato da qualche tempo di tirare dalla sua parte la bianca veste papale, dopo iniziali diffidenze. È la sinistra che esponeva nel proprio pantheon ideale i santini laicissimi di Marx, Lenin e di qualche simbolo locale della lotta contro il capitalismo sfruttatore. In Italia, di solito, appendeva al muro le foto di Gramsci e Togliatti e, in tempi recenti, di Enrico Berlinguer. Oggi, crollato il Muro, estinti i vecchi partiti della falce e martello, i «sinistri» che quella tradizione cercano di rimettere in piedi sotto loghi rinfrescati, nel pantheon espongono il solare volto di Francesco, il Papa. Ma poi si ritrovano con Bergoglio che da piazza San Pietro guarda con paterna commiserazione le loro reiterate professioni di laicità o ateismo, le critiche alla Chiesa conservatrice e che «politicamente» ha quasi del tutto soppiantato le loro vecchie visioni del mondo e dei problemi del mondo. Un'azione «politica» quella del Papa che ha inciso pesantemente in alcuni momenti, contribuendo a risolvere con la preghiera e la persuasione, grossi e insanabili problemi. Due anni fa, Francesco organizzò una grande veglia di preghiera in san Pietro che contribuì a fermare i cacciabombardieri occidentali che già si preparavano a colpire le postazioni di Bashar el Assad. Scrisse una lunga lettera a Vladimir Putin, grande oppositore ai raid su Damasco, lo ricevette in Vaticano, stabilirono un'intesa volta a evitare che si replicasse in Siria il caos libico. Putin arriverà nei prossimi giorni a New York per l'Assemblea generale dell'Onu, alcune ore dopo il discorso che Bergoglio pronuncerà, la prima volta per un pontefice, davanti al Congresso degli Stati Uniti. Non è escluso che per riavvicinare Washington e Mosca sia richiesta una sorta di mediazione informale della Santa Sede, cioè di Bergoglio. Non a caso, Francesco si è portato in America anche mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. Non succede quasi mai, ma il fatto che il monsignore sia salito sull'aereo papale qualcosa vorrà dire. Che America e Russia ritrovino la via del dialogo è quanto mai urgente, oggi che l'Isis sta diventando una minaccia sempre più pressante per la convivenza fra i popoli. Francesco può rappresentare il collante indispensabile per unire nel contrasto all'Isis dei tagliagole Paesi e Potenze divisi da incomprensioni e non sempre giustificabili motivazioni geopolitiche. Sarà questa la nuova impresa di successo del Papa della misericordia? Del rivoluzionario che non vuole sentirsi tale e che rifiuta l'annessione forzata della sua persona e della sua opera a qualsiasi ideologia? A tutti, non a caso, il Papa ha ricordato che la Chiesa non è una ong: «Il nostro impegno per i poveri è radicato nella nostra esperienza di fede cristiana, e non viceversa». Insomma, poche chiacchiere e più fatti. Un messaggio indirizzato anche agli incalliti mangiapreti, improvvisamente entusiasti del Pontefice: «Andiamo a nutrire gli affamati, ad aiutare i poveri, a porre fine alle guerre, poi potremo discutere di religione».

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