Maggioranza e Giunta fortemente decimate dalle inchieste, collaboratori costretti a dimettersi per essere stati inseriti nella «black-list» del prefetto Gabrielli, scelte sbagliate nella gestione delle emergenze e un commissariamento mascherato alle porte. Queste le principali frecce all’arco di chi sostiene la necessità di commissariare il Comune di Roma per mafia, esonerando l’amministrazione guidata da Ignazio Marino. I sospetti sulle infiltrazioni nella rete politica vicina al sindaco Marino nascono sin dalle primarie cittadine del Partito Democratico. Nei giorni in cui il mondo sembra aver scoperto il clan dei Casamonica, in tanti hanno recuperato il comunicato stampa di Cristiana Alicata, ex dirigente Pd, che all’indomani delle primarie (7 aprile 2013) vinte dal chirurgo Dem denunciava: «Solite incredibili file di rom, tutti voti comprati». Non solo, perché quella campagna elettorale fu ben finanziata, seppur in maniera regolare e a norma di legge, dalle coop di Salvatore Buzzi, fra i vertici del sistema di Mafia Capitale: circa 30mila euro. Ma è nel coinvolgimento degli uomini di potere di questa maggioranza che si nascondono le motivazioni di chi teorizza lo scioglimento del Comune. Daniele Ozzimo, ex assessore alle Politiche Abitative, arrestato, avrebbe dovuto prendere in carico un super assessorato a Casa e Sociale. Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio, arrestato, stava per entrare in Giunta, così come Pierpaolo Pedetti (Pd, arrestato) era presidente Commissione Patrimonio. Ci sono poi personaggi non formalmente indagati che comunque sono finiti nell’occhio del ciclone: Luigi Nieri, ex vicesindaco, Luca Giansanti, ex capogruppo Lista civica Marino, Francesco D’Ausilio, ex capogruppo Pd, dimessosi da consigliere. Insomma: se la magistratura non fosse intervenuta tutte queste persone oggi avrebbero incarichi di vertice nell’Amministrazione capitolina. E infatti, fino al giorno dell’esplosione dello scandalo, il Mondo di Mezzo avrebbe influito sul governo della città. A cominciare dagli affidamenti dei lavori senza gara, terra di conquista per la «banda»: ben l’89,7% contro il 24% dell’era Alemanno. Ma è nella gestione delle emergenze che gli intrecci fra Buzzi e l’Amministrazione si sono fatti più fitti. Fu la Giunta Marino a invocare l’intervento del ras del Coop nel Natale 2014, a causa dell’emergenza rifiuti il cui simbolo diventarono i maiali che grufolavano nwll’immondizia a Boccea. Buzzi fu chiamato a intervenire quando le stazioni metro si riempirono di immondizia a causa dell’improvvisa rinuncia delle aziende incaricate. Tanti i provvedimenti sponsorizzati dall’Amministrazione e finiti nelle carte dei magistrati: i debiti fuori bilancio, l’appalto per i servizi di pulizia e mense nelle scuole (Multiservizi), la vendita delle case del Comune, a cominciare dalla sede della 29 Giugno a via Pomona (a cui la Giunta Marino fece pure uno sconto sull’affitto) e la gestione del verde pubblic. Fu sempre Marino a chiedere al Governo di portare 3000 richiedenti asilo a Roma (invece di 300), uno dei business di Mafia Capitale. E i dirigenti? Un esempio su tutti. Quando Gabriella Acerbi viene nominata dirigente del Dipartimento Servizi Sociali, Buzzi si impegna per la sua sostituzione, finché non arriva Isabella Cozza, funzionaria a lui più gradita. Vicende, queste, gestite da dirigenti e assessori, dalla politica che non poteva non sapere.
Scelte politiche dietro il disastro Non può salvarsi
Domani relazione di Alfano sul commissariamento del Comune per Mafia Capitale. Perché va sciolto
