«Una persona mi dice che è stata portata nel vecchio faro di Fiumicino, che lei è inmurata lì dentro». Verso la fine di marzo 2013, nel corso di una conversazione su internet, un agente del Commissariato Monteverde di Roma apprende da una sua conoscente, all’epoca impegnata in un’opera di volontariato in una missione religiosa in Uganda, che il corpo di Emanuela Orlandi sarebbe stato tumulato all’interno del faro di Fiumicino dismesso nel 1971. «La donna, che ha espresso la volontà di rimanere in incognito – si legge nell’informativa indirizzata al dirigente della Squadra Mobile di Roma il 16 giugno 2013 – riferiva di aver appreso la notizia da un soggetto altamente attendibile (presumibilmente un religioso). Nel corso dei colloqui avvenuti in chat, l’operatore chiedeva ulteriori delucidazioni, affinché confermasse l’attendibilità della fonte. La donna dice «che è stata presa e uccisa da dei sacerdoti perché ha visto delle cose che non doveva vedere, ma non ha mai fatto nomi. A me ha dato il compito di farla trovare e sicuramente lì c’è». «In particolare la fonte riferiva che coloro i quali avevano effettuato la sepoltura – spiega un’annotazione del Commissariato del 28 marzo 2013 – erano entrati da una parete laterale del faro e dopo aver praticato una nicchia sulla parte bassa della parete destra, vi avevano inserito il cadavere della giovane, richiudendo il foro con dei mattoni di colore rosso». Il giorno dopo, gli agenti di Monteverde hanno fatto un sopralluogo verificando che il faro «composta da un piano seminterrato, uno terreno e due superiori, versa in stato di abbandono e completamente aperto. Le mura sono costituite da blocchi di tufo e mattoni». Non è però specificato nelle carte come si sono concluse le ricerche.
«Emanuela è nel vecchio faro»
Una missionaria raccolse le confidenze di un religioso