Fino a pochi mesi fa la legge Severino, che disciplina le ipotesi di incandidabilità, decadenza e sospensione da cariche pubbliche elettive in caso di condanna penale (in primo grado per gli amministratori locali, definitiva per parlamentari e ministri) era considerata un sacro totem, intoccabile per definizione, da rispettare senza fiatare. È stato così fino a quando quella stessa «tagliola» non ha cominciato a produrre effetti nefasti su politici e amministratori pubblici di centrosinistra di un certo peso. In quel preciso istante, infatti, sono iniziati i distinguo, le eccezioni, le discese in campo dei big del Pd per «proteggere» i loro beniamini locali e soprattutto i ricorsi al Tar per neutralizzare la legge. Due settimane fa la Cassazione ha stabilito che è del giudice ordinario, e non dei Tar, la competenza sui ricorsi contro le sospensioni. Decisione che ha complicato i piani di qualche sindaco che, dopo essere stato reintegrato dal tribunale amministrativo, vorrebbe in qualche modo «salvarsi da solo», ma soprattutto di qualche neo governatore che si trova nella medesima situazione. Eppure da quando la legge Severino è entrata in vigore, di amministratori pubblici sospesi ce ne sono stati decine, senza che la cosa destasse scandalo e senza che il premier, ministri di peso o addirittura il presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, prendessero posizione a favore di un «tagliando» che aggiorni la norma. Ad esempio, nell’agosto del 2013 Sergio Nappi, consigliere regionale del Pdl in Campania, viene sospeso dopo una condanna per peculato, e tutto fila secondo le regole. Giampaolo Lavagetto, subisce la stessa sorte in Emilia Romagna, e anche in questo caso nessuno fiata. Lo stesso dicasi per il collega di palazzo, Luigi Villani, sempre del Pdl. La legge Severino si abbatte anche su alcuni consiglieri regionali della Basilicata, sospesi per il loro coinvolgimento nella «rimborsopoli» lucana: Nicola Pagliuca e Vincenzo Viti del Pd, Rocco Vita del Psi, Mariano e Paolo Castelluccio del Pdl, Antonio Autilio dell’Idv, Agatino Mancusi dell’Udc, Rosa Mastrosimone dell’Idv. Nessuna protesta. La Severino fa fuori anche il siciliano di FdI Salvino Caputo, condannato per tentato abuso d’ufficio. Tutto tace. Decine sono stati anche i sindaci, consiglieri provinciali e comunali deragliati per la Severino. Luigi De Filippis, primo cittadino di Serino, in provincia di Avellino, o Stefano Prete, consigliere comunale a Parabita, vicino Lecce, o ancora Vincenzo Vastola, capo dell’opposizione a Poggiomarino (Napoli). A parte questi casi praticamente sconosciuti, ci sono poi quelli più clamorosi che riguardano Vincenzo De Luca, Luigi de Magistris, Giuseppe Scopelliti e Silvio Berlusconi, che stanno lì a testimoniare come le regole vengano applicate in modo diverso a seconda che il politico condannato appartenga allo schieramento di destra o di sinistra.
La Severino vale solo per il centrodestra
La legge era considerata un totem dal centrosinistra. Almeno fino al caso De Luca
