Politica

Rush finale tra gaffe e impresentabili

Ecco i voti a leader e carneadi impegnati nella campagna elettorale. Nome per nome, la cronaca di un mese e mezzo con un grande assente: le Regioni

VINCENZO DE LUCA Ha battuto sul tempo Renzi (che solo nel rush finale ha vinto l’imbarazzo e l’ha sostenuto) nella costruzione del Partito della Nazione. Non solo perché nelle sue liste ha messo di tutto (da ex cosentiniani a testimoni dell’estrema destra) ma si è tirato addosso gli strali di un buon 70% dell’arco costituzionale. Prima per la composizione delle liste, guidata da logiche non esattamente di cultura politica, poi per la spada di Damocle della Legge Severino, infine per il marchio di impresentabile che gli ha rifilato la commissione Antimafia. Personaggio caricaturale e dai modi spicci consacrato anche da un’imitazione di Crozza, rimarrà agli annali la battuta sgradevolissima rivolta a una sostenitrice del suo avversario Caldoro durante il confronto Tv su Sky. In una sinistra di buonisti e pulitini, è stato il J.R di questa campagna elettorale. A prescindere dal risultato alle urne, è il vincitore morale. Indiscusso. VOTO: 10     ROSY BINDI Sta al Pd come Fantozzi alla Corazzata Potemkin. L’ultima settimana riemerge dalle nebbie in cui l’aveva confinata la rottamazione renziana e alza un putiferio con la lista degli impresentabili. Una cosa vuota, di nessun vincolo giuridico ma solo di censura morale, che però tira dentro il candidato Pd Vincenzo De Luca. Come Giovanna D’Arco, viene messa al rogo dal premier, trasformando l’ultimo giorno di campagna elettorale nel falò delle vanità deluse renziane: legalità, ricambio, coraggio di investire sul nuovo vanno bene finchè a rimetterci sono altri. VOTO: 8     RAFFAELE FITTO All’inizio dice no alla candidatura con Forza Italia alla presidenza della Puglia. Poi si porta via il candidato (della sua cerchia) che Forza Italia aveva scelto per tenere insieme il centrodestra e lo fa correre autonomamente. Da ultimo annuncia il progetto dei Conservatori in salsa tricolore. L’impressione è che, più che una sfida per la riconquista della Regione, quella giocata da Fitto sia una conta territoriale, per guardare, poi, “Oltre”. Di certo non gode del buon augurio di Berlusconi (che cuce la targhetta di traditore a chiunque lo abbandoni) ma ogni rischio è buono quando si aspira a fare il Cameron italiano. Vediamo, intanto, come andrà nel Pugliashire dove i numeri li ha sempre avuti. VOTO: 5     I PARTITI DELLE MARCHE Fantastico. Forza Italia e Ncd candidano il Presidente uscente ex Pd a cui fino a oggi hanno fatto opposizione che a sua volta fa campagna elettorale contro il Pd con cui ha governato che a sua volta contrasta il Presidente sostenuto per dieci anni. Casino? No. È arte. VOTO: 10 (di estetica)     PAOLA SEVERINO Berlusconi sì/De Magistris nì/ De Luca no. La legge che porta il nome del ministro montiano della Giustizia, varata sull’onda emotiva dei primi scandali nelle Regioni, è stata la cartina tornasole dell’ipocrisia della sinistra. Nonostante i danni alla democrazia (l’espulsione del Cav dal Senato ha creato un deficit di rappresentanza), ha fatto gettare la maschera alla doppia morale renziana. VOTO: 7 (di utilità)     GIOVANNI TOTI Campagna elettorale in Liguria iniziata male, sull’affaire geografico Novi Ligure (sta in Liguria o in Piemonte? Sbagliato, Piemonte). Poi ha usufruito di una serie di circostanze favorevoli. L’aver costruito il «centrodestra come si deve», dagli alfaniani alla Lega, a suo sostegno; la candidatura scissionista a sinistra di Luca Pastorino che fa vacillare la vittoria del Pd, l’indagine che ha coinvolto la candidata renziana Raffaella Paita. «Fermo restando che noi siamo garantisti…», ripetono nelle stanze azzurre. Certo, «fermo restando», però fa comodo. Dicono che la fortuna aiuti gli audaci. Vedremo. VOTO: 6 (in onore alla buona sorte)     LUCA PASTORINO Famoso come quello che vuol far perdere la Paita in Liguria. Renzi e i suoi, parlando di lui, l’hanno spesso associato a Fausto Bertinotti, simbolo di una certa intransigenza ideologica che ha impedito alla sinistra di governare. Certo, Bertinotti politicamente non ha fatto una bella fine. Ma c’è il rovescio della medaglia: raffinato conversatore, fine intellettuale, l’ex leader rifondarolo è stato per anni simbolo di una sinistra in tweed che non disdegna i salotti e la vita chic. Fosse così, per Pastorino non sarebbe mica male! VOTO: 5 (di buon auspicio)     I CANDIDATI MANCATI Chi era partito prima, chi ci aveva creduto, chi se la sentiva in mano e poi si è risvegliato dal sogno, chi ha rinunciato. Giovanni Donzelli in Toscana, Sergio Cofferati ed Edoardo Rixi in Liguria, Gennaro Migliore in Campania. VOTO: 4 (di incoraggiamento, sarà per la prossima)     ANGELINO ALFANO I disordini a Milano il Primo Maggio; gli sbarchi di immigrati; il problema dei rom; i centri sociali. Con tutte queste questioni di ordine pubblico emerse o cresciute nelle ultime settimane, si può dire che Alfano ha fatto una buona campagna elettorale. Sì, ma per Salvini. VOTO: 1     MANIFESTI ELETTORALI Dalle candidate in posa seminude e ammiccanti a chi si esercita in slogan dialettali, da chi promette città-Casinò agli obbrobri grammaticali e alle battute malriuscite. Fino a chi offre una birra gratis. Un misto tra ironia (a volte terrificante), arte di arrangiarsi e punte di cattivo gusto. Nella convinzione che, ormai, la politica sia proprio per tutti. VOTO: 10 (all’Italianità)     FLAVIO TOSI Partito in quarta con mille prospettive, probabilmente non riuscirà neanche a essere il Pastorino di Luca Zaia, ma rischia di essere, con le dovute proporzioni, solo il Fitto del Veneto. Nel senso che più di una conta regionale non potrà ottenere. Se il suo obiettivo è, come pare, tentare nel post voto l’ennesimo rassemblement centrista, alla fine basta e avanza. VOTO: 3     REGIONI Le grandi assenti di una campagna elettorale in cui si è parlato soltanto di tematiche nazionali. Normale che sia così, quando i partiti spostano anche sul voto territoriale i rapporti di forza. Ma è, comunque, un paradosso. VOTO: 0     DICIOTTENNI In Liguria centrosinistra spaccato. In Puglia, Veneto, Toscana e Marche è il centrodestra ad essere diviso. In Campania, il candidato presidente Pd prende in prestito alcuni nomi dal centrodestra per le proprie liste collegate. Nelle Marche, il centrodestra prende da sinistra il candidato alla presidenza. Ecco quello che si trova innanzi chi oggi esordisce nella democrazia, votando per la prima volta. E a cui, magari, hanno spiegato che in politica si vota secondo idee. VOTO: 10 (di solidarietà)

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